30 ottobre 2007

Crema di zucca


Non so se tutti hanno capito Ottobre
la tua grande bellezza
nei tini grassi come pance piene
prepari mosto e ebbrezza
prepari mosto e ebbrezza

Lungo i miei monti, come uccelli tristi
fuggono nubi pazze
lungo i miei monti, colorati in rame
fumano nubi basse
fumano nubi basse

L’autunno, senza ombra di dubbio è la mia stagione preferita. Non da sempre: da ragazzo preferivo l’estate, le giornate assolate le scorribande nei prati e nei boschi. Poi col passare degli anni, passa anche l’impulsività e si diventa più pigri. Alla luce accecante si preferisce la luce tenue, gli occhi, induriti dagli anni, si adattano meglio alle luci soffuse ai colori delicati, ai contrasti lievi.

Le mattinate autunnali, velate da una leggera foschia regalano al paesaggio una sorta di pudore nascosto che cela una specie di mistero. La natura, ormai superato il traguardo, rallenta e con piccoli passi, come per inerzia, raggiunge l’agognato riposo. Il miracolo della fotosintesi sta per finire, le foglie cominciano a cambiare colore. E, a secondo della specie, assumono tutte le sfumature dal giallo al rosso acceso.

L’inizio dell’autunno coincideva con l’inizio della scuola. Si rientrava di nuovo in quelle aule che avevano visto i nostri fratelli maggiori, e prima ancora i nostri genitori. Appesi alle pareti, in fila ordinata tutte le lettere dell’alfabeto, ognuna di esse con la loro figura: anatra, balena, casa, dado…e per finire la lettera “z” rappresentata da una grossa zucca.

Quella zucca rappresentava la fine dell’alfabeto, ma anche l’inizio dell’autunno. Le zucche in questo periodo autunnale troneggiavano ancora appese a esili rami ormai secchi o in mostra nelle aie delle cascine quali simulacri di trofei strappati alla natura.

I contadini, usavano la loro polpa mischiata alla crusca per ingrassare il maiale, altre, dalla forma strana (la zuca dal col), venivano fatte essiccare per poi usarle come recipienti per l’acqua oppure come semplice ornamento.

Nelle fiabe delle nonne, di tanto in tanto appariva una zucca, a volte sotto forma di una carrozza oppure di una casa abitata da elfi e gnomi, la loro scorza coriacea, assicurava robustezza e protezione. La loro polpa colorata, ricordava il periodo estivo nel quale erano maturate ma anche il colore incombente dell’autunno che si stava avvicinando.

Crema di zucca:

Uno spicchio di zucca
Carota (cotta nel brodo di carne)
Cipolla
Farina
Burro
Brodo di carne
Sale, pepe
Aromi

Questi sono gli ingredienti che solitamente uso per la vellutata di zucca. Per la preparazione, ognuno proceda come vuole, come solito fare. A me piace mettere anche qualche fetta di pancetta affumicata appena saltata in padella; qualche pezzetto di peperoncino bruciato sulla fiamma e un rametto di timo. Accompagno con quadretti di focaccia leggermene tostati.

E vesti la notte incombente
lasciando vagare la mente
al niente temuto e aspettato
sapendo che questo è il tuo autunno...
che adesso è arrivato...

24 ottobre 2007

Misultitt


Se pronunciate la parola “Misultitt” e il vostro interlocutore saprà di cosa state parlando, sarete quasi certamente sicuri di avere di fonte a voi un comasco. Perlomeno qualcuno che sicuramente è passato dal nostro Lago e si sarà fermato a pranzare in qualche ristorante della zona.

I “Misultitt” sono una specialità tipica della Tremezzina e dell’Alto Lago, ottenuta con gli agoni pescati nel mese di maggio, quando questi pesci cercano le acque limpide dei fondali sassosi per deporre le loro uova.

Anticamente, e forse tuttora, si creavano delle rive artificiali con ghiaia di fiume, ogni pescatore aveva la propria. Di notte, col chiaro della luna, aspettava che gli agoni scegliessero quel posto per venirvi a deporre le uova. Naturalmente, questo tipo di pesca è sempre stato proibito, […] ma essa era esercitata persino dalle donne, dal sindaco…e dal curato, che naturalmente hanno i posti distinti […]. Data la grande disponibilità di questo pesce, esso doveva essere conservato, per poterne godere nei periodi di magra.

Gli agoni vengono salati ed essiccati al sole e poi pressati a strati con foglie d’alloro nella “misulta”. Gli agoni, a questo punto cambiano nome, diventano missoltini.
Anticamente “misulta” indicava una grande quantità, un mucchio: “l’è andaa per dighen quater, e l’è turnaa cun una misulta de boot” ( Era andato per dirgliene quattro, ed è ritornato con un mucchio di botte). Infatti gli agoni vengono deposti a decine in questi contenitori di latta (una volta erano di legno) e vengono pressati con un torchio, o una leva francese; in tal modo essi rilasciano il loro olio che in parte veniva utilizzato per accendere le lucerne (la lumm).

L’olio dei “Missultitt” ha un sapore sgradevole ma con la cottura alla brace l’olio viene bruciato sprigionando un filo di fumo acre che purifica il missoltino e gli dà quel sapore caratteristico di sottobosco, di lauro e mirto, e che solo nel retrogusto da sentire il pesce salato.
La grigliatura dovrà essere breve, non dovrà bruciare ne essiccare troppo perché diventerebbe legnoso e la carne deve conservarsi morbida.

Appena cotti si puliscono con una lama da eventuali scaglie della pelle, quindi si depongono nel piatto di portata, si cospargono di prezzemolo e si irrorano con l’aceto e poi con l’olio. Si mangiano tagliandoli per il lungo, aprendoli facendo leva con il coltello.

Si deve accompagnare con la polenta fumante che dà a questo piatto la necessaria morbidezza, e se avete la fortuna di avere una bottiglia di “pincianell” di Montevecchia allora sarete sicuri di essere in paradiso.




Nota: per essere sicuro di non sbagliare, ho preso fortemente spunto dal volume “Cucina Lariana”

20 ottobre 2007

Casoeula d'oca


Se il maiale avesse le ali…sarebbe un oca. […] E’ uno dei più duttili fra gli uccelli domestici, giacché oltre alla carne se ne ottiene un peluria preziosa, un grasso abbondante e penne da scrivere […]. Ripensando all’oca e anche ad un mio post precedente, mi sono ricordato delle mie leggendarie dormite. Per chi ancora non lo sapesse, io ho il dono, donatomi dalla natura, di poter dormire agevolmente su qualsiasi superficie sia essa dura o morbida. Certo che, ad uno scomodo asse di legno, preferisco un morbido materasso. Quando andavo in vacanza da mia nonna, essa ci allestiva nella stanza sottotetto due giacigli (per me e per mio fratello), composti con i materiali più disparati: due reti elastiche che ad ogni movimento cigolavano sinistramente, un “materasso” fatto con un sacco di tela rigonfio di foglie di granoturco secche, che contribuivano con il loro rumore ad allietare la nottata; le coperte erano ancora quelle militari, marroni con la stella delle forze armate, rigide e pesanti grattugiavano la pelle come la carta vetrata. Nonostante questo, ci facevamo delle dormite sonore.

Nella camera sottostante, dormivano i miei genitori, il loro letto aveva un materasso di piume. Al mattino appena svegli, traslocavamo dai nostri giacigli e ci impadronivamo di quel letto e di quel materasso che si adattava al corpo avvolgendolo con un tepore naturale.
Di tanto in tanto, dalla stoffa del materasso faceva capolino qualche piuma; con la punta delle dita la sfilavamo per contemplarne la forma e il colore: le piume d’oca erano in netta minoranza.

Durante i primi anni di scuola, usavamo ancora inchiostro e pennino, già allora le penne d’oca erano passate in disuso; però, tra tutti i pennini che usavamo, il mio preferito era quello a becco d’oca.

Alla sera, particolarmente durante l’inverno spesso ci si ritrovava con i compagni, per giocare al gioco dell’oca, un gioco da tavolo che consisteva nell’effettuare un percorso di tante caselle per arrivare alla fine. Quando si raggiungeva la casella dove era rappresentata un’ oca , si aveva diritto ad un bonus (ma solo se l’oca guardava in una certa direzione), o a una penalità..

…se il maiale fosse un oca… Questo pensiero e tutti gli altri ricordi, mi sono riapparsi vivi nella mente intanto che stavo preparando un bel prosciutto di petto d’oca che sarà pronto tra due mesi (purtroppo la stagionatura richiede i suoi tempi). Con il resto dell’oca preparo una gustosissima

Cazeoula d’oca…ovvero: Oca in bottaggio con le verze.


Servono proprio:

Un oca (tagliata a pezzi)
Verze (belle sode)
Sedano
Carote
Cipolle
Olio, sale, pepe.
Peperoncino (poco)
Aromi


Preparatela in questo modo

Cominciare a soffriggere la cipolla tagliata grossolanamente, aggiungere parte delle carote tagliate a rondelle e il sedano a tocchetti (anche le foglie). Aggiungere l’oca a pezzi e lasciar rosolare per bene, alla fine spruzzare con vino bianco ed incominciare a salare con sale grosso. Tagliare le verze in quarti, togliendo la parte centrale dura, affettare non troppo sottilmente i quarti di verza e aggiungerli nella pentola, a formare uno strato che presserete con le mani. Incoperchiare e lasciar andare una decina di minuti. Quando le verze cominceranno ad essere appassite, date una bella mescolata, ed aggiungetene un altro strato di verza ed un poco di sale grosso.
All’ultimo strato di verza che aggiungeremo, uniremo ulteriore carota e sedano. Portare a cottura , ci vorranno sicuramente almeno quattro ore o più, se la preparazione si asciugasse troppo aggiungere del brodo. Si possono aggiungere aromi a vostro gradimento, alloro, ginepro peperoncino ecc.
Questa volta ho aggiunto, mezzora prima di togliere dal fuoco, qualche salsiccia al finocchio per rendere la preparazione piu ricca.

16 ottobre 2007

Pan tranvaj


La posizione era ideale, distante dalla città quel tanto che bastava per far sì che non la rendesse troppo “scomoda”. La strada, che passava a poche decine di metri era nascosta da una piccola selva di robinie e castani. Cespugli di luppolo e di caprifoglio, recavano ancora qualche fiore appena appassito, si avvinghiavano alla rete di recinzione quasi a voler nascondere il giardino all’interno.

L’addetto alla vendita ci aspettava, seduto al posto di guida della sua station wagon scura, intanto sfogliava un blocco da appunti con la copertina rosso vivo. Il suo aspetto, slanciato e decisamente in linea, dimostrava qualche anno in meno di quelli che, in seguito, ci disse di avere.

Aprì il cancello, usando una delle chiavi di un grosso mazzo, che estrasse da una valigetta nera. Per arrivare alla porta d’ingresso della casa bisognava discendere una corta scala, accuratamente rivestita con beole dalle venature color ruggine. Ai lati della scala, un piccolo giardino con svariati tipi di piante e cespugli, faceva presagire la sua bellezza primaverile.

La porta d’ingresso e la finestra (della cucina?) erano sul lato nord della casa, prospiciente ad essa una terrazza con un tavolo da giardino, due comode sedie provviste di braccioli ed una panchina verde.

Aprì il portoncino, scegliendo con misurata abilità un'altra chiave dorata dal voluminoso mazzo. Appena entrato, senza proferir parola, aprì le imposte; e una luce accecante inondò i locali mettendo in risalto i colori delle pareti e il pavimento variegato di piastrelle di forma e colore simili alla pietra arenaria.
Gli occhi, ancora abbacinati dall’improvvisa luce, si stavano con fatica adeguando ad essa, quando un profumo soave si impadronì dei nostri sensi.

Era un odore conosciuto, amico: quello del pane appena sfornato. Quell’odore aveva invaso tutti i locali, sembrava quasi che i vecchi abitanti di quella casa fossero da poco usciti a raccogliere le mele dalle piante che si intravedevano dalla finestra del salotto. Sul tavolo della cucina, bendisposto, sopra ad un tovagliolo di lino, c’era del pane ancora caldo e dei grappoli di uva americana.
Quasi a voler simboleggiare un segnale di benvenuto agli ospiti che volessero abitare quella casa.
Alcuni anni dopo, venni a conoscenza di un trucco che i venditori di case usano per sedurre i clienti:
Poco prima di far visitare una casa, cuociono del pane nel forno della cucina.


Pan Tranvaj


Usate un poco di pasta per il pane avanzata. Ogni sera, per sei sere aggiungete un tantino di farina, e lasciate riposare in frigorifero tutto il giorno seguente. Alla penultima sera, aggiungete dell’uva sultanina che avete fatto rinvenire nel vino bianco con l’aggiunta di un poco di brandy. Impastate con forza, qualche chicco d’uva deve sfarsi (per rendere più dolce il pane). Lasciate riposare ancora una giornata. Ottenere dei piccoli pani, e dopo l’ultima lievitazione cocete in forno a 200° , dopo averli spennellati con una soluzione di miele ed acqua.

Il pan Tranvai, è un dolce tipico Brianzolo.

Oggi 16 Ottobre 2007 Giornata mondiale del pane
link

13 ottobre 2007

"faso tuto mì"

Era quasi un dovere (oltre che un piacere), passare un paio di settimane a casa di mia nonna. Abitava in una frazione di un piccolo paese, uno dei sette comuni dell’altipiano di Asiago. Mio padre amava molto quel posto: trovava, in quei luoghi, una vita semplice fatta di cose essenziali. La gente era ancora attaccata ad un modo di vivere tipico dei montanari, persone abituate ad una vita non certo facile. Un esistenza che aveva conosciuto l’emigrazione in ogni parte del mondo, per prestare la loro opera nei lavori più pesanti. In Belgio e in Germania nelle miniere e nelle fonderie, In Francia a lavorare come boscaioli o nelle segherie.

Quelli che rimanevano dovevano adattarsi, per far quadrare il bilancio familiare: oltre a coltivare un poco di terra che non fruttava niente, lavoravano nelle cave di marmo rosso a cavare pietra dalla montagna, di frequente allevavano qualche mucca, sapevano fare il formaggio, costruivano gli attrezzi, aggiustavano la casa, insomma, sapevano fare tutto. Forse, è proprio da quella vita impegnativa che è nato il proverbio: “veneto, faso tuto ”.

Le mucche, durante l’estate venivano portate negli alpeggi in montagna, lì trascorrevano tutto l’estate libere nei pascoli, si ritempravano i muscoli e l’anima (ma le bestie hanno l’anima?) dopo un inverno passato in anguste stalle. Ovviamente, il latte che producevano aveva un sapore speciale, e il formaggio che se ne ricavava era molto più buono da quello prodotto in inverno.

Il formaggio e il burro prodotto negli alpeggi risentiva molto anche del profumo della legna con la quale era ottenuto il fuoco, le malghe stesse erano impregnate di questo odore aromatico di legna di resina e di profumi di bosco che per osmosi penetrava gli alimenti donandogli un sapore inconfondibile.

Gli stessi aromi , le stesse essenze le uso per dare un sapore caratteristico (oltre che per la conservazione) a queste carni.

Lonza e stinchi di maiale al fumo di legna

Preparare un miscuglio di sale grosso 2/3 , zucchero di canna 1/3, tutti gli aromi che vi piacciono (pepe, ginepro, chiodi di garofano, rosmarino, salvia, aglio ecc.). Massaggiare la carne con del salnitro e deporla in un contenitore, dove avrete messo sul fondo una parte del vostro composto aromatico. Coprite con il composto avanzato, qualche foglia d’alloro e qualche rametto di rosmarino. Mettete il tutto in frigorifero per quattro giorni a riposare. Togliete la carne dalla salamoia che nel frattempo si sarà formata, lavatela con vino bianco e massaggiatela ancora con le vostre spezie preferite. A questo punto potete decidere: o la appendete in cantina, avendo cura di avvolgere la lonza con carta da macellaio, o proseguire con una leggera affumicatura. In ogni caso dovrete aspettare almeno 40 giorni prima di poter gustare la preparazione.



Prossimamente vi insegno a fabbricare un affumicatore artigianale, sicuro ed efficiente

08 ottobre 2007

Agoni in Navett


Angela era una bambina gracile, dimostrava qualche anno meno delle sue compagne, tutte più robuste ed in buona salute di lei. Frequentava la scuola con passione e profitto, ma per esigenze familiari dovette interromperla prima del tempo. Aveva comunque imparato a riconoscere tutte le lettere che compongono l’alfabeto e a scrivere con una calligrafia ancora infantile il suo nome e cognome. La strada che conduceva alla scuola del paese era una stretta via acciottolata, da un lato e dall’altro era marcata dai solchi che lasciano le ruote dei carri. Bisognava fare attenzione a non passare su di essi con gli zoccoli di legno, ci si poteva fare male e soprattutto gli zoccoli potevano rompersi.

Angela si alzava presto al mattino,dopo aver fatto una colazione frugale discendeva quella via acciottolata, ma non era in compagnia delle altre ragazze che frequentavano ancora la scuola. Angela s’incamminava con altre ragazze, tutte più grandi di lei, per andare a lavorare, era stata assunta nella filanda del paese, un grande stabile con le finestre che guardavano il lago.

Le bambine appena entravano in filanda erano assegnate al ruolo di scuinere, dovevano districare la seta dai bozzoli con una spazzola, e poi con un mestolo porle nella pentola che stava davanti alla filatrice (filera) affinché potesse trarne il sottile filo da mettere sull’aspa.
Le scuinere , incominciavano a servire due filatrici, in seguito quattro e più. Spesso il filo di seta che si svolgeva dal bozzolo si spezzava, allora altre bambine (le tachere) correvano avanti ed indietro a recuperare i fili e a riattaccarli sull’aspa. La giornata era scandita da questi movimenti, monotoni sempre uguali, sotto l’occhio del padrone della filanda che controllava il lavoro.

Angela prima di intraprendere la strada che portava alla filanda era solita fare una deviazione; scendeva da una piccola scalinata ed arrivava sul sagrato di una piccola chiesa. Questo era, per lei, era un luogo incantato: sembrava che Dio misericordioso avesse voluto concedere a quella povera gente un panorama di una bellezza straordinaria, che potesse, almeno in parte, addolcire la loro vita faticosa.

Angela guardava il lago con apprensione, poteva riconoscere anche da lontano le sagome delle barche. Distingueva i comballi che scendevano verso la città con le loro grandi vele spiegate, i burchielli, i battelli, i quatrassi, le gondole e i navett.
Su una di queste barche il padre di Angela tornava dopo una nottata di lavoro sul lago. Angela riconosceva il navett appena passava la punta dell’isola, vedeva la sagoma di suo padre che incominciava a pulire le reti e quelle degli altri pescatori che manovravano i remi.

Un sottile filo di fumo bianco saliva dalla poppa dell’imbarcazione, e man mano si avvicinava Angela poteva sentirne anche l’odore. Era un odore caratteristico familiare agli abitanti delle sponde del lago. Un piccolo braciere cuoceva gli agoni appena pescati, erano la colazione dei pescatori che tornavano dalla nottata passata sul lago.

Angela assaporava questo profumo, guardava il campanile della chiesa, che sembrava una vela gonfiata dalla Breva, ringraziava la Madonna e veloce si incamminava verso la filanda.


Agoni in “Navett

Pulire e squamare gli agoni (fare attenzione alla pelle alquanto fragile), Passarli nella farina di granoturco macinata fine, porli sulla griglia. La brace deve avere un calore delicato; lasciarli 30-35 minuti girandoli una sola volta. Bisogna fare attenzione che l’olio del pesce non vada sulla brace.
Prima di toglierli dalla griglia fate bruciare qualche rametto di rosmarino fresco, affinché il fumo insaporisca e renda più profumati gli agoni.

Servirli solamente con un filo d’olio ed un poco di sale aromatico.




Dedico questo "racconto" alle mie due nonne, entrambe si chamavano "Angela".
Oggi: 12-ottobre 2006, trovo un commento bellissimo. Me lo invia il mio amico Sergio. P.
Lo pubblico con entusiasmo e riconoscenza.

non sento i tuoi passi sulla piccola scalinata
e non ti vedo sul sagrato della chiesina...
stamattina sei un po' in ritardo:
come mai? non stai bene? che cos'hai?
sei gracilina è vero, ma pur sempre sana...
come sei bella Angela, come sei bella, bambina mia
anche oggi voglio appoggiare sulla tua fragile spalla
la mia mano vecchia e stanca...
donarti una carezza leggera
anche oggi voglio darti un bacio sulla pallida fronte
in silenzio
e bisbigliarti: stasera, insieme,
mangeremo sul braciere gli agoni appena pescati
e poi impareremo a scrivere altre parole

04 ottobre 2007

Affumicare è facile!


La cosa più difficile che ci capitava di dover fare, era cambiare le leve con relativo carattere sulle macchine per scrivere. Ovviamente sto parlando di archeologia industriale, di lavori che oramai non fa più nessuno: come l’omino che aggiustava le stecche degli ombrelli rotti, o quello che sotto casa impagliava le sedie.

Da ragazzo, in paese era normale incontrare i magnani al lavoro. Ognuno di essi si annunciava, con il proprio grido di richiamo sotto le finestre delle massaie, in modo da farsi riconoscere dai propri clienti abituali La loro parlata tipica risuonava regolarmente una volta all’anno, si trattenevano nel paese finché tutte le pentole e i paioli erano stagnati e lucidati.

Questo genere di lavoro era diffusissimo fino a pochi decenni addietro in tutta l’area della Val Cavargna (in particolare nel paese di Cavargna e ancor più nella frazione di Vegna).
I magnani lavoravano da soli o, più spesso, in squadre di due o tre persone con qualche ragazzo che si univa come garzone per imparare il mestiere. Tra loro parlavano con un gergo incomprensibile (rungin) in modo che le persone non potessero comprendere (ed imparare )la loro arte.

"L’è chi el magnàn
ch’el vegn de luntàn
ch’el vegn da Purlèza
ch’el stagna
ch’el pèza
ch’el pèza de ram
ch’el moeur de la fam…”
Filastrocca dei Magnani: (sono grato ad Eugenia per avermela inviata)

Erano sempre sudici, con i vestiti lisi e le facce nere. Quando un ragazzino era troppo capriccioso, veniva minacciato di essere portato via dal magnano.

L’arrotino (muleta), con il suo carrettino di legno che una volta sul posto diventava banco da lavoro non ci faceva paura. Restavamo attoniti con il naso per aria ad ammirare la mola che girava in sincrono con il pedale che l’arrotino calcava col piede.

Il venditore di acciughe
(anciuatt), era la nostra preda destinata: appena voltava lo sguardo per servire qualche cliente, intingevamo il nostro pezzetto di pane nell’olio delle acciughe.

Ora questi lavori sono scomparsi, nessuno saprebbe più realizzarli: le macchine per scrivere sono state sostituite da stampanti avveniristiche, gli ombrelli li vendono i cinesi a poco prezzo e le pentole quando non vanno più bene si cambiano. Un arte scompare, come quella dei norcini che arrivavano nelle cascine quando si ammazzava il maiale per trasformarlo in prodotti squisiti.

Io mi sono appassionato a questa arte dimenticata, preparo salumi ed affumico carne e pesce…quasi quasi vi insegno a farlo, naturalmente nel modo più semplice tanto per dire: “Questo l’ho fatto io

Intanto godetevi la mia trota affumicata con funghi e salsa di mele renette, presto saprete farla anche voi.

02 ottobre 2007

Polipo sui Carboni


Francesco (grafico impegnato): Ho incrociato il suo Blog ,come di solito, vedendo un suo commento. Mi è piaciuto subito. Il mio istinto, da vecchio bacucco, mi ha suggerito che fosse una persona simpatica. Non ho dovuto ricredermi. Proprio una persona simpatica ed educata.
Mi piace immaginare i miei amici dietro ai fornelli: Francesco lo immagino come una persona ordinata, del resto un grafico lo deve essere per forza, con tutti i suoi congegni al posto giusto, le matite ben appuntite gli inchiostri e i fogli da disegno in bel ordine.
Ma forse la mia idea di grafico guarda un poco al passato, con ogni probabilità i grafici moderni usano solo computer, tavolette grafiche ed aggeggi simili.

Ma che sia una persona ordinata (con mia somma invidia) nessuno me lo toglie dalla testa. Le foto che pubblica sono molto belle, fatte con cura e con tutti gli elementi disposti nel modo corretto, le luci e le esposizioni perfette. Un Blog pulito di facile lettura proprio come piace a me.

Pubblica da poco, dunque comincio a leggere dall’inizio. […] Nulla di più semplice che un polipo sui carboni (che a mio avviso è il modo in cui il polipo si esprime meglio) […]. Ho un soprassalto: possibile che non avevo mai pensato al polipo alla griglia? Ho adagiato sopra alle braci tutto ciò che di commestibile possa esistere, ma il polipo mai! Probabilmente ciò è dovuto alla mia origine non proprio marinara e per questo devo correre ai ripari..

Nella mia città, il polipo fresco è sempre difficile da trovare. La fortuna mi ha assistito, ed insieme ad una bella rete di cozze ho acquistato anche il polipo, garantito fresco. Francesco mi ha suggerito, in un suo commento, di lasciare il polipo giusto il tempo necessario affinché cambiasse colore, e soprattutto di non esagerare con la temperatura.

Quando accendo il BBQ, cerco di ottimizzare al massimo tutta l’energia che sprigiona, pertanto decido di mettere assieme al polipo anche le cozze, ed un bel cartoccio di patate tagliate grossolanamente. Passati 30 min. di fuoco fiacco, mi sembra proprio che sia arrivato il momento di servire. Dopo aver sgusciato le cozze, tagliato il polipo a pezzetti, ho aggiunto le patate, un filo d’olio toscano e una buona spolverata di profumato prezzemolo brianzolo.

La fortuna ha voluto che Dario (mio figlio), rimanesse fuori a pranzo. Ci siamo gustati tutto il piatto Io e Laura senza proferir parola.

Bravo Francesco (grafico impegnato)… ne aspettiamo un'altra delle tue.