21 febbraio 2011

Arrivi.

 

Fiori

 

Primavera vien danzando, vien danzando alla tua porta, Sai tu dirmi che ti porta?  ghirlandette di farfalle, campanelle di viluccchi quali azzurre, quali gialle, e poi rose, a fasci e mucchi.

Se fosse uno spettacolo teatrale, sarebbe una prova tecnica, anche se manca ancora molto tempo per la “prima”.  Primavera ha voluto annunciarsi, in un angolo riparato del giardino, con i suoi colori più belli. Il contrasto con la vegetazione sottostante, ancora bruciata dal freddo dell’inverno, è stridente: le primule si sono fatta strada tra le foglie cadute del acero. Lungo il sentiero, gli aghi dei pini hanno cucito da coperta alle viole che ora si stanno risvegliando. Un tappeto di fiorellini azzurri si sta allargando sul piano, mi sembrano una frotta di bambini che, dopo aver sentito la campanella dell’intervallo, escono da scuola, incuranti dell’aria ancora frizzante di questo febbraio che tra poco finirà.

L’immaginazione (questo è il bello) non si comanda…arriva! Questa volta sono gli Indiani, quelli d’America: calcolavano la loro età contando le primavere che avevano visto. I loro capi, che erano considerati saggi, di primavere ne avevano viste tante ed erano passati indenni a questo continuo rinnovarsi della vita cogliendone esperienza e saggezza. Qualcosa di simile avveniva anche alle nostre latitudini, quando la civiltà guardava ancora alla terra da coltivare e ai cicli lunari che governavano il lavoro nei campi. E limpidi come l’acqua dei torrenti di primavera mi scorrono nella mente le parole di Pietro, un vecchio contadino toscano:

“Di solito in febbraio il tempo si metteva a dolco, cioè diventava più mite, e le giornate erano comunque meno corte. In questo tempo si lavorava la terra con i bovi. La nostra terra era grossa e argillosa e se si lavorava quando faceva ancora inverno poi veniva qualche gelata e rompeva le zolle. Prima di lavorare la terra si spandeva il concio delle pecore e delle bestie. Poi c’era il liquame della stalla e anche del gabinetto dei cristiani che andava nel pozzo nero, lo si metteva dentro ad una botte e si portava nel campo anche quello. Intorno ai tronchi degli olivi si mettevano i “vermicelli”, delle striscioline di pelle che venivano dai cappellifici di Montevarchi. Queste fabbriche usavano pelli di coniglio per fare i cappelli di feltro e i vermicelli erano gli scarti di questa lavorazione. Fra il concio, il liquame e i vermicelli si doveva maneggiare tanta roba che puzzava forte e per qualche giorno si puzzava anche noi.” 

Arriva repentinamente quasi a voler interrompere questa catena di pensieri sconclusionati, il suono del citofono: “ Sono un corriere devo consegnare dei pacchi”. Che sia arrivato l’olio, proprio dalla Toscana? Lo spero proprio ormai sono agli sgoccioli. Sono tanti anni che uso quest’olio prodotto nell’entroterra grossetano. Olivi che confinano con  vigneti famosi e che da lontano vedono le cime dei cipressi di Bolgheri, ci donano questo nettare degli Dei.

olio-buono

Giusto in tempo per aggiungene un poco al mio pane artigianale, altrimenti che pane all’olio sarebbe?

Pane-all'olio

Buona settimana

 

 

3 commenti:

la belle auberge ha detto...

ciao, sergio. Che bella veste tricolore hai dato al blog!
Anche qui da me la primavera stà facendo le prove generali: non vedo l'ora di andare alla prima!
buona settimana

Aiuolik ha detto...

Carissimo, la scelta dell'olio è fondamentale e mi sa che la tua scelta è ottima. Noi abbiamo la fortuna di produrlo ed è una gran bella soddisfazione!

Ciaoooo!!!

sergio ha detto...

Eugenia carissima, 150 anni sono un bell'anniversario, bisogna festeggiarli col vestito della festa, in particolar modo se è una "prima".

Aiuolik (amica del cuore), Adesso lo vengo a sapere!!! Produci olio, e magari lo vendi? Sarei un ottimo cliente.

un grande abbraccio.