03 marzo 2011

Racconto di carnevale

 

Fagioli-Grassi

Se fosse stata una bambina, i suoi genitori, l’avrebbero chiamata Benedetta; in tal modo avrebbero rispettato la tradizione di tramandare quel nome che spesso ricorreva nella loro famiglia. Poi, un nome così beneaugurante, avrebbe sicuramente portato tanta fortuna a quella bambina tanto desiderata, dopo che erano già venuti al mondo tre figli maschi. Rischiò di nascere sotto a un grande faggio, nella località che era chiamata “Bosco degli elfi”, ma per fortuna sua madre riuscì ad arrivare a casa, nonostante i dolori che precedono il parto fossero molto forti. Anche le donne, in quel tempo, erano forti e abituate a sopportare le fatiche, che condividevano con gli uomini, nei lavori del campo e del bosco.

Benedetta aveva proprio fretta, di venire al mondo. Anna, la levatrice, non fece  in tempo ad arrivare per dare il suo aiuto, sebbene la sua casa distasse pochi minuti di cammino dalla casa della partoriente. Quando entrò in casa, Benedetta già stava sorridendo a un raggio di sole che illuminava l’immagine della Sacra Famiglia, che i contadini erano soliti appendere sopra la testata del letto matrimoniale.

Benedetta cresceva velocemente, come crescono in fretta tutti i bimbi che vivono in quella valle a metà strada tra la pianura e la montagna. Era una bimba allegra, con una voce cristallina che dava gioia solo ad ascoltarla, proprio come quella dei ruscelli che in primavera scendono dalla montagna.  Quell’anno, l’autunno era arrivato in anticipo. Nel bosco degli elfi, incominciava a formarsi un lucido tappeto di foglie, che il vento accumulava in alcuni punti a ridosso delle pareti scoscese.

Verso la fine, di quel mite ottobre, correva l’anno 1943, in alcune baite, che erano utilizzate solamente nel periodo estivo, si stanziò un gruppo di partigiani. Erano giovani antifascisti del luogo,  militari del disciolto esercito e prigionieri di guerra fuggiti dai campi di detenzione: condividendo tutti le difficoltà di una vita difficile e pericolosa quale era quella delle bande partigiane.

La banda partigiana che si era data il nome di “gruppo monte Soglio” aveva raggiunto una consistenza numerica importante e poteva rivelarsi molto pericolosa, non solo sul piano bellico ma anche su quello propagandistico. Proprio per questi motivi i nazifascisti, mossero contro il gruppo uno dei primi numerosi e durissimi rastrellamenti con i quali  tentarono invano, di stroncare la guerriglia partigiana. Nel pomeriggio del sei dicembre, un aereo da ricognizione tedesco, detto “Cicogna” sorvolò a lungo la zona dov’era acquartierata la banda partigiana: il candore della neve abbondantemente caduta nei giorni passati rendeva più facile l’identificazione degli obbiettivi. Il fatto mise in allarme le formazioni ma, all’alba del giorno successivo una colonna di mezzi motorizzati tedeschi - cui si erano aggregati militari della Guardia Nazionale repubblicana – mosse da Cuorgnè in due direttrici: le rotabili Prascorsano-Pratiglione-Forno e Rivara-Forno, cui giunsero nonostante i tentativi di ostacolarne la marcia facendo saltare alcuni ponticelli. Verso le 17 la battaglia si concluse con il completo accerchiamento delle postazioni e la cattura di 18 superstiti che, in triste corteo, vennero portati nelle cantine del palazzo municipale dove furono ancora picchiati e torturati .Nel pomeriggio del giorno successivo, 9 dicembre, la gente del luogo venne fatta uscire dalle loro case e incolonnate verso il cortile di quella che era, allora, la casa del fascio: dovevano assistere, come monito, alla punizione dei ribelli. In due gruppi di nove, i partigiani vennero fatti passare per il ristretto cancelletto che si apriva sul lato destro della casa del fascio e allineati davanti al plotone di esecuzione, cui volgevano le spalle, dovevano essere fucilati alla schiena. Così le loro vite vennero troncate.

Benedetta non vide quell’eccidio, ma sentì i colpi delle scariche del plotone di esecuzione, senti l’odore acre della polvere da sparo, e sentì sulle labbra il sapore del sangue; le si formò un groppo nello stomaco che risalì nella gola e lì si fermò. Da quel giorno, Benedetta, non pronunciò più nessuna parola.

bosco degli elfiCome le foglie del faggio, che cadono per ridare nuova vita alle piante che cresceranno, anche il tempo che passa levigò il dolore che Benedetta aveva vissuto. Pochi anni dopo, prese per marito Anselmo, un uomo buono, forse un poco taciturno, ma con un animo gentile. Benedetta allevò con dedizione l’unico figlio che riuscì ad avere da Anselmo. Intanto, il bosco degli elfi continuava a cambiare il vestito. E dopo parecchi cambi di vestito ritornò una dolce primavera, il vento e la pioggia avevano lavato i pendii scoscesi  e le nuove piantine di faggio cercavano i tiepidi raggi di sole.  Benedetta, seduta sopra ad un masso,  scostò un lembo del fagotto che recava nelle sue braccia  e guardò gli occhi azzurri di Alice, la sua nipotina.

Alice era la copia perfetta di Benedetta. Era… come se il buon Dio avesse voluto fare una replica  di quella bambina che aveva visto correre allegra per le strade di quella contrada, e quasi per voler correggere un suo errore aveva creato questa nuova vita. Alice e Benedetta erano una sola persona. Alice, crescendo diventò la voce di Benedetta. Sebbene fosse ancora così piccina, era in grado di comprendere ogni pensiero di questa nonna che non poteva parlare.

Alice era felice, quando osservava sua nonna mentre preparava il desinare. Benedetta lo sapeva e misurava i suoi gesti con un enfasi quasi teatrale. L’inverno volgeva al termine, si avvicinava il periodo del carnevale, e in quelle valli erano soliti rispettare le vecchie tradizioni ancestrali riservate a quel periodo. Ogni giorno, Alice osservava attenta nonna Tina, a volte l’aiutava a sgranare i fagioli, oppure a preparare le verdure per la minestra. Ma quel giorno vide una cosa che prima d’allora non aveva mai visto. Nonna Tina prese da uno scaffale una strana pentola, con quattro manici e la bocca che si strozzava. Nella sua mente vide gli elfi del bosco che si apprestavano a preparare la cena. Poi, la nonna aprì un sacchetto di tela, e versò in una marmitta una cascata di fagioli, ad Alice sembravano gli occhi di tutti i folletti che abitavano le favole. Un bosco, fatto di erbe profumate, ed una cipolla che pizzicava gli occhi, sparì d’incanto nella bocca della pentola, e con esso tintinnando, tutti i fagioli. Intanto, nonna Tina aveva preparato con le cotenne di maiale alcuni rotolini che sembravano delle quagliette implumi, finirono nell’antro fatato anche loro, come tanti personaggi di una favola che nonna Tina le stava raccontando.

Persa in questo mondo immaginario, Alice si addormentò. Nonna Tina la prese tra le sue braccia e la portò nel suo lettino, rimboccò per bene le coperte e dentro di se recitò la preghiera dell’angelo.

Prima che soppragiunse il sonno profondo, Alice aprì ancora gli occhi, vide il bosco degli elfi, gli uccellini, gli occhi degli gnomi che guardavano attraverso il buio del bosco, e gli sembrò di sentire nonna Benedetta che diceva:

“ Buona notte amore mio”.

fregio

5 commenti:

Anonimo ha detto...

meravigliosa!

Aiuolik ha detto...

Non smetterei mai di leggerti, grazie per il bellissimo racconto!

graz ha detto...

Non chiedermi come sono arrivata fin qui perché non lo so. Quel che so invece e' che la scoperta e' piacevole. Se non perdo un'altra volta la strada ci torno :-)))

/graz

silvia ha detto...

sergio questo racconto è poesia. è la vita. grazie.

sergio ha detto...

Catissimi tutti, vi ringrazio infinitamente per le vostre parole.


sergio