15 giugno 2011

Destini incrociati

 

Milan

Cesare e Caterina si incamminavano verso quella montagna di pietre. A loro, sembrava che quell’ammasso di pietre li stesse fagocitando in quel viaggio che stava per incominciare. Il destino gli aveva fatti incontrare in terra straniera. In quella terra inospitale ognuno aveva cercato il conforto dell’altro. Non era un amore facile, di quelli che germogliano su un terreno fertile. Era, piuttosto, una sorta di simbiosi che li avrebbe protetti dalle tante difficoltà che li circondavano. In quelle condizioni di vita, difficile del dopoguerra, non si guardava per il sottile, bisognava (in un certo senso) accontentarsi. La miseria e l’incoscienza avevano sottratto a loro, quello che avevano più di prezioso: la gioventù.

L’unico ricordo del loro matrimonio, celebrato nella chiesa del seminario di Basilea, era la foto che li ritraeva vicino a quello stesso edificio. Soli, senza quella frotta festosa di invitati che rende quel giorno unico nella vita. Con quella foto, e con le poche cose che possedevano incominciavano la loro vita insieme.

Bisognava, innanzi tutto, che ognuno conoscesse i rispettivi parenti dell’altro. Questo era lo scopo di quel viaggio. Raggiungere quello sperduto paese protetto dalle montagne dell’altipiano.

Dalle finestre del treno, videro scorrere tutti i paesi della pianura padana, case e chiese che portavano ancora impresse le ferite della guerra. E poi, campi coltivati, filari di vigne che coronavano all’orizzonte le colline ed in ultimo le montagne che il treno non aveva la forza di superare. Toccava allora alla corriera  dover affrontare quei ripidi tornanti che conducevano al paese meta finale del loro viaggio.

La corriera fermava nella piazza principale, ma il loro viaggio non era ancora terminato. Avrebbero dovuto proseguire con le loro gambe fino ad arrivare a una di quelle tante contrade che assieme costituivano quel paese. Ogni contrada era un piccolo paese, qualcuna aveva anche la sua piccola chiesetta e, naturalmente il suo negozio con annessa l’osteria. Le porte delle case che si affacciavano sulla strada sterrata, lasciavano intravvedere la semplicità della vita che si conduceva in quelle montagne. Le persone dall’aspetto un poco selvatico, temprato dalla vita difficile che quei posti esigeva, erano comunque molto ospitali e non negavano mai un bicchier d’acqua o di vino a chiunque passava dinnanzi alla loro porta.

Oh varda chi xe quà, come la và… xe tanto che non se vedemo…vien rentro” Una cugina di secondo grado aveva riconosciuto il viso della donna, che seppur  provata dal viaggio non poteva rifiutare l’invito. Mancavano pochi minuti allo scoccare del mezzogiorno, sul fornello della cucina sobbolliva la pentola con l’acqua per la pasta.

Gavio sen? Vutu un goto d’aqua? Un poco de vin? “. L’ospitalità è un dovere, ma l’ospite non deve approfittarne, deve saper misurare questo suo diritto. Accettarono volentieri, il bicchiere d’acqua che avrebbe ristorato l’arsura che si era fissata nella gola. Cesare, non rinunciò nemmeno al  goto de vin, che la cugina di sua moglie spillava dal bottiglione che troneggiava al centro della tavola. Sembrava, a loro, che la fatica del viaggio passasse d’incanto.

Ghe xe du sbuseti al sugo, al vol favorir” disse la donna vedendo lo sguardo di Cesare fisso sul padellino che borbottava sul fornello. “ Grazie. Volentieri” rispose Cesare, ammaliato da quel profumo che si respira solo nelle mense famigliari. Cesare mangiò con avidità la sua porzione, ne avrebbe desiderata un altra, ma quel piatto era l’unica cosa che quel’ giorno avrebbe dovuto soddisfare la fame di un altra famiglia. Ma lui non se ne rese conto.


“Sbuseti” al sugo

Sbuseti

Me li immagino gli sbuseti tanto ambiti da un appetito incalzante. Nulla di speciale. Magari il sugo di pomodoro avanzato dal giorno prima. Basta riscaldarlo, forse aggiungendo qualche foglia d’alloro, giusto per un tocco di profumo. Quando sono giunti alla giusta cottura saltarli in padella con una giusta quantità di formaggio, quello solito  Asiago fresco, oppure se c’è… Vezzena d’alpeggio, una noce di burro ed aspettare che il formaggio ricopra come un velo la pasta. Niente di meglio se l’appetito non manca.

Cesare e Caterina erano i miei compianti genitori. La storia è vera, la trascrivo per non dimenticarla prima che la memoria faccia brutti scherzi

13 commenti:

Stefania ha detto...

La storia dei tuoi genitori è molto bella ma allo steso tempo mette malinconia, una malinconia che ti fa chidere come mai non c'è più l'accoglienza e la voglia di condividere come una volta...
riguardo ai tuoi sbuseti, se te ne avanza un piatto io li prendo volentieri.
Sergio carissimo oggi ho postato un piatto pensando a te che mi saluti sempre con un bel mandi, chissà se apprezzerai, un abbraccio

Deborah ha detto...

Ciao Sergio...ma che racconto coinvolgente ....come sempre del resto!! Quanto abbiamo ancora da imparare dai nostri genitori e nonni!!! Ormai noi viviamo nel consumismo e spesso non ci accorgiamo che con i nostri avanzi sfameremmo davvero qualche famiglia. Io ti confesso che non butto niente...trovo sempre il modo di riproporlo cercando di " travestirlo" e funziona sempre :-)
Pensa che con le foglie di alcune verdure faccio dei risotti....con gli scarti del pesce ( cicale di mare, gamberi ecc...) preparo il brodo di pesce per poi fare i risotti...beh insomma...volendo si può davvero utilizzare al meglio ciò che la tavola offre ( mio papà era molto attento a queste cose e io non posso che seguirlo ) :-D A presto , carissimo.

pennaeforchetta ha detto...

Mi piace un sacco passare per la tua cucina, sedermi al tuo tavolo che immagino di legno bello robusto e ascoltare le tue storie. Che sono vere sì, ma sono anche poesie.
E se poi posso anche mangiare un piatto di sbuseti (magari con formaggio d'alpeggio) sto anche meglio :-)

sississima ha detto...

Che bella storia, hai fatto bene a farcela sapere, sembrano buoni questi "sbuseti! CIAO SILVIA

sergio ha detto...

Stefania carissima,

La storia è un pochino melanconica, e vero. Un sentimento che non dovrebbe mancare. Solamante le persone ciniche possono farne a meno.
La malinconia, quando diventa nostalgia è un dono che solamente le persone sensibili possono apprezzare.

Deborah carissima,

Apprezzo la tua cucina semplice ma fatta col cuore. Dovremmo sempre quardare indietro, e non rincorrere gli effetti speciali che , purtroppo, tanto imperversano anche nei nostri blog.
Ho sempre creduto che la gente a lungo andare abbandona la moda del momento, ma la tradizione mai.

Penna e forchetta (mi piacerebbe chiamarti per nome)

Bellissimo, il paragone mi si addice molto. Sono un vecchio ceppo di una quercia che non vuole mollare.

Sississima,

La storia è proprio bella, miè uscita di slancio. Continuo a rileggerla. Gli sbuseti sono una meraviglia. Garantisco.

Un abbraccio poderoso per tutte (non manca mai)

sergio

Byte64 ha detto...

È una storia che devono aver vissuto in diversi nel dopo-guerra, non parliamo di pranzi di nozze e servizi fotografici, quando non c'erano sghei, era già un successo se c'era almeno il prete!

Vedendo il colore della pasta me ne hai fatto venire in mente una che faceva mia madre, con al pist da süca, che non ho mai capito bene se fosse una prassi mantovana o solo di famiglia, in cui, con una parte del pesto destinata ai tortelli di zucca, si condiva la pasta appena scolata, con l'aggiunta, manco a dirlo, di parmigiano o formaggio grana grattugiato. Trattandosi di un primo di pasta decisamente dolce i più storcono il naso, ma a me piace un sacco.

Ciao
Tlaz

Aiuolik ha detto...

Carissimi, la storia è molto bella di suo, ma sapere che Cesare e Caterina sono i tuoi genitori, rende tutto ancora più bello e intenso... Grazie per aver scelto di non dimenticare un pezzo della tua storia condividendolo con noi che passiamo di qui.

Un caro abbraccio,
Aiuolik

sergio ha detto...

Tlaz,

I tuoi commenti, mi invitano sempre ad un nuovo ragionamento. Mi domando, sappiamo cucinare meglio NOI, che abbiamo a disposizione l'universo intero, o i nostri genitori che dovevano far conto con ristrettezze, se non proprio con la miseria? Io la risposta la conosco.

Aiuolk (amica del cuore),

Quando mi accingo a scrivere qualcosa, lo faccio volentieri poichè sono sicuro che tu la leggerai. Non bastano le ricette o i fuochi artificiali (quelli li conosciamo già). E bello anche sapere chi accende il fuoco e chi ci mette la padella.

a presto

Gianni ha detto...

Caro Sergio, passare di qua è sempre tempo ben speso. Leggere questo tuo racconto è stato coinvolgente e mi ha fatto pensare ai racconti del mio nonno materno, che anche se era un benestante con campi ed animali, sapeva spiegarmi bene cos'era la fame in quei tempi. Anche a casa sua il bottiglione da 2 litri di vino era sempre al centro del tavolo e la frase "vutu un goto de vin" credo che sia la prima che ho imparato da piccolo. Dei sbuseti ho un vago ricordo, ma se mi vuoi rinfrescare la memoria...potrei venire per pranzo! Un abbraccio

sergio ha detto...

Gianni carissimo,

Spero di non aver fatto errori grossolani con la lingua veneta.
Mi piaceva ascoltarla dai miei parenti materni, quando andavo in vacanza a Lusiana. Ancora adesso quando la sento, mi si apre il cuore.

Per gli sbuseti al sugo, quando vuoi passare è un attimo a farli.

ciao
sergio

Gianni ha detto...

Nessun errore....anzi bravo perchè scrivere in dialetto veneto non è da tutti! Sai che? Le tue origini sono a 30 km la casa mia....e quante volte ci sono andato a morose su per di la! Ciao

silvia.moglie ha detto...

belli i racconti di famiglia. quelli che ci avresti voluto essere anche tu. e mi basta guardare dalla tua finestra per provare nostalgia. grazie sergio.

sergio ha detto...

Silvia carissima,

Grazie a te.


a presto

sergio