27 gennaio 2011

La filosofia del gambero

Val-Chiusella 

La luna doveva essere piena; la notte aveva bisogno della sua luce riflessa per poter disegnare sul prato la sagoma degli alberi che, si affacciavano sul corso d'acqua che, placidamente, percorreva i prati che  chiamavamo "Valbasca". Bisognava fare una pianificazione precisa, scegliere accuratamente il posto, per far sì che la cattura fosse abbondante. Tutto doveva essere fatto con cura, perché il gambero ha una sua filosofia.
Il gambero di fiume non si fa acchiappare con facilità, possiede dei sensi molto sofisticati. Si accorge immediatamente se l'acqua che lo circonda è messa in movimento, basta un semplice rametto che cade da un albero per farlo fuggire. Inoltre ha una vista molto sviluppata, e basta un nonnulla perché con un colpo di coda possa sparire dei suoi predatori. Fugge all'indietro tenendo sempre sotto controllo l'eventuale pericolo che lo minaccia.
I gamberi usavano questa filosofia (camminare all'indietro) fin dalla più remota antichità. Possiamo rendercene conto guardando le loro fotografie impresse nella pietra fossilizzata della pesciera di Bolca. Da milioni di anni si comportano in questo modo per fuggire dai pericoli, poiché le loro carni gustose sono apprezzate da molti predatori.
La "Filosofia del gambero", in questi giorni  me la ritrovo su molti giornali. Siamo noi, specie appartenente all'omo (cosiddetto sapies), che la prendiamo inconsapevolmente in prestito dai gamberi, ma senza accorgerci, che camminiamo all'indietro non per fuggire a un improbabile pericolo, bensì per far valere delle ragioni che spesso sono "di parte"
1° mail ( La Provincia del 25-01-20011)
Egr direttore...Una volta qualcuno ha cantato che era meglio far l'amore che la guerra. Oggi i tempi sono cambiati dal momento che si esalta chi la guerra (vedi invasione con carri armati nel 1956 in Ungheria) l'ha approvata, spezzando le vite di migliaia di persone. Ed è la stessa persona che, beato lui, alla faccia di tanti giovani ungheresi di allora compirà 86 anni il 29 Giugno. Ed è lo stesso che ora esalta l'unità d'Italia ma se ne avesse avuta l'opportunità. con Togliatti, Longo, Pajetta, Cossutta ed altri della stessa "mala stirpe" ci avrebbe annessi all’ URSS...
 
2° mail  (La Provincia del 25-01-20011)
Egr direttore... per fortuna sul colle non c'è bunga bunga secondo F.A., si sa che la memoria politica di convenienza è corta come il braccino del tennista, e allora sono andato su internet per capire meglio chi è  "L'uomo del colle". Nel 56, all'indomani dell'invasione dei carri armati sovietici a Budapest, mentre Antonio Giolitti e altri dirigenti....
 
Ecco due esempi significativi della filosofia del gambero trasportata nella mente dell'omo sapiens: cercare con tutte le forze le (presunte) colpe passate senza renderci conto che chiunque di noi le dita nel naso qualche volta ce le ha messe. Ricordate: "Maestra la settimana scorsa anche Pierino aveva buttato per terra la carta delle caramelle" quasi per voler giustificare la nostra marachella.
Lungi da me il voler indossare le vesti del moralista di turno, ci mancherebbe altro, Ma questa filosofia vorrei che fosse lasciata al gambero, poiché solo lui ne ha veramente bisogno.

Farfalle e Gamberi

Farfalle
Ho usato una confezione di gamberi 300 gr, cipolla, olive verdi, aglio, olio buono ecc. Insomma tutto l'occorrente per un sugo. Ho sgusciato i gamberi, con i gusci, le teste, una carotina, un pochino di sedano; ho fatto il fumetto; metà l'ho usato per allungare il sugo, l'altra metà mi è servita, assieme all'acqua per cuocere le farfalle. Solo all'ultimo momento ho aggiunto i gamberi sgusciati, appena hanno preso colore, ho aggiunto le farfalle e ho finito di mantecare.
Prima di mettere in tavola ho allineato i piatti sul tavolo della cucina; ho inquadrato la scena e CLICK ho scattato. Sorpresa, è bastato quel rumore per far sì che i gamberi hanno messo in atto la loro filosofia, si sono riparati sotto le farfalle. Ve lo assicuro.

24 gennaio 2011

Aspettando

Aspettando
 
Il sole sta sorgendo, s’incunea tra le case, e dipinge il selciato con le prime ombre. I primi rumori della mattina sono presagio dell'animosità del paese, sebbene molte serrande e finestre siano ancora chiuse. In terra c'è ancora la memoria del giorno trascorso. Pigramente, due netturbini incominciano la loro opera quotidiana. Nelle vetrine si notano ancora gli addobbi delle feste trascorse. Da un balcone, come fosse una ragnatela impolverata, pende una luminaria dimenticata. 

Respiro quest'aria balsamica non ancora contaminata dai fumi di scarico delle automobili, che presto invaderanno le strade, e godo del silenzio che mi circonda. Procedo alla cieca aspettandomi nuove scenografie che appariranno dietro ad un angolo nascosto, o all'improvviso in cima a una lunga scalinata. 

"Non se ne può più...non vedo l'ora che venga Aprile.." dice una passante, riferendosi all'aria pungente che pizzica i polmoni. " E sì... speriamo..." controbatte l'amica che s’infagotta in una calda sciarpa. Entrambe mi guardano e, con un sorriso, accennano a un saluto. Ricambio anch'io con un sorriso. 

Poco più avanti, subito dopo la scalinata del sagrato di una chiesa, la fruttivendola apre il suo negozio. Lo stridore della serranda spaventa due coppie dei piccioni che stavano becchettando gli avanzi di un sacchetto di patatine fritte, che qualche ragazzo distratto ha lasciato in terra. Fuori dal negozio, la fruttivendola, depone accanto alla vetrina alcune cassette di verdura. 

"Sono erbe selvatiche... le raccolgono nei campi in questo periodo...noi le chiamiamo ??? Sono buonissime". Risponde un’altra signora che stava passando, alla mia domanda. Laura, non rinuncia mai ad avere un piatto di verdura quotidiano, pertanto varca la soglia del piccolo negozio aggiudicandosi il titolo di primo cliente della giornata. 

Lo so! Dovrò aspettare, conosco il rapporto che s’instaura in questi piccoli negozi di paese, pertanto mi siedo sugli scalini del sagrato e aspetto. Intanto, il sole è già arrivato a illuminare le finestre chiuse del primo piano della casa di fronte. Le persone che passano, cogliendo misteriosamente la mia disponibilità, scambiano qualche parola. Probabilmente, il fatto di essere seduto, mi relega a essere "pubblico", o forse, ad avere  il tempo per scambiare qualche parola. 

Bisognerebbe sempre aver con sé (come dice il saggio Antonio): un sacchetto, un pezzo di corda ed un coltello. Nella borsa di Laura c'è sempre il suo magico sacchetto estensibile, lei odia i sacchetti di plastica. Questa volta l'estensione del sacchetto raggiunge il suo massimo volume, quando esce dal negozio. Un sorriso smagliante gli riempie il volto, e a me questo sorriso, dopo tanti anni di vita insieme, riempie ancora il cuore. 

Ora aspetto: di poter assaggiare questo mix di erbe selvatiche. Magari, ripassate in padella, con un poco di aglio e un filetto di acciuga sciolto nell'olio buono.
 
erbe-di-campo
Aspetto di poter capire che erbe sono, aspetto di ritrovarle nei campi. E, insaziabilmente, aspetto i sorrisi delle persone che ancora dovrò incontrare.

19 gennaio 2011

Coda alla vaccinara (bis.)

 

Coda Vaccinara

C'è sempre una prima volta. E questa, per me, è proprio un’anteprima. Tutto incomincia, come di solito al supermercato, reparto macelleria. Ma prima devo aprire un inciso. Difficilmente le mie ricette incominciano prima di poter fare la spesa: la sfortuna è sempre in agguato, e il tal ingrediente, indispensabile per la mia preparazione, nel banco non c'è mai.

Alcune volte, e mi fa rabbia, penso che chi prepara la merce debba per forza, avere una certa dose di sadismo, nel far mancare un ingrediente particolare. Prendiamone uno a caso. Le cotenne di maiale, tanto usate dalle mie parti. Ingrediente indispensabile per certe famosissime preparazioni invernali: è più facile trovarle in agosto che in questi mesi. Sarà (penso io) che di solito sono congelate, dunque, col solleone si scongelano più facilmente.

Gli stinchi (sempre di maiale), allineati al loro posto come i soldatini sul plastico della battaglia di Waterloo. Arrivo io, e si sono tutti ritirati, presagendo l'imminente sconfitta sul campo di battaglia. Sarà per un'altra volta, sempre sperando nella loro presenza. La coda di manzo, che tanto mio figlio ama trovare quando preparo il bollito misto, è un elemento rarissimo. E' vero, come si sa, che un manzo ha una coda sola, e svariati chilogrammi di altre parti, ma almeno una volta mi capitasse di trovarla...

Questa volta, per mia fortuna, le cose vanno diversamente. Con tutta probabilità, la genetica deve aver prodotto dei manzi con svariate code, poiché al banco della macelleria, come se fossero barattoli accatastati, ne trovo una grande quantità. Pertanto l'acquisto è d'obbligo, e per la prima volta sui nostri schermi... Hopps!  Volevo dire... nelle mie pentole: coda alla vaccinara.

La coda alla vaccinara è un classico della tradizione culinaria romanesca, pertanto bisogna portarle rispetto. Sono tassativamente proibite tutte le varie forme di contaminazione, che tanto sono in voga in un certo modo di cucinare creativo. Si dovrebbero usare gli ingredienti che la tradizione comanda e naturalmente trovare la ricetta originale. Facile da dirsi, ma non certo da fare. Tutte le ricette da me trovate differiscono tra esse, sia negli ingredienti sia nella preparazione. Meglio rivolgersi a Google. Digito "coda alla vaccinara" poi cerca nei blog: risultato sconfortante; mi sarei aspettato migliaia di suggerimenti, ma la ricerca è  molto inferiore alle mie attese, pertanto mi affido al vecchio Carnacina, come ha fatto l'amico Euge sul suo blog. Vi consiglio una visitina al suo blog, dove troverete gli ingredienti e il modo tradizionale di prepararla.

 Padta Campofilone

Che cosa ci fà questa confezione di maccheroncini di Campofilone? Come vedete, sono stati usati per accompagnare il sugo della coda alla vaccinara.

Pasta Campofilone sugo

Buon appetito.

14 gennaio 2011

Farinata express

farinata
Pizze di ogni varietà, manca quella con i pavesini e le olive, poi tutte le altre categorie fanno bella mostra di se, come se fossero procaci modelle in attesa della passerella. Sola in un angolino, come un brutto anatroccolo, seminascosta la una lussuriosa pizza con tutte le sue stagioni, ammicca una pallida farinata.
Riguardo il mio numerino (quello della fila), tra tre persone tocca a me. La prendo o non la prendo? Il grande dilemma mi assale, una scelta difficile. Certo, l'aspetto non è molto invitante... Poi che diavolo di sapore potrà avere? Magari un’alta volta, dico a me stesso, ma non ne sono ancora certo. Magari un pezzettino, tanto per un assaggio.
Tocca a me. Faccio la mia ordinazione, sempre abbondante rispetto al'appetito del momento, poi sottovoce sussurrando, ordino un pezzettino di farinata. Quando si compra per la prima volta qualcosa che non si conosce, prevale una certa titubanza, una specie di insicurezza. Farò bene o farò male? Sono solo pochi euro, penso tra me, ed esco con i miei cartoccetti.
Mi guardo intorno, trovo un angolino seminascosto, agguanto con desiderio il cartoccetto e sferro (sarà il verbo giusto?) un morso famelico a questo essere freddo e molliccio. La prima impressione è stata quella di addentare un pezzo di cartone ondulato usato. Cerco di comprenderne il gusto. Niente... cartone ondulato, con retrogusto di olio di colza usato, fredda per giunta.
Intanto gli anni passano. E la farinata nel mio modo di pensare, è rimasta solo un sostantivo alquanto deludente finché...
Un camioncino tecnologico, una specie di macchina leonardiana, materializzata come per magia dal codice atlantico occupa un lato di una piazza. Acciaio inox, luccicante. Fuoco che arde scoppiettando, pulegge, manovelle e cinghie dentate che fanno girare due grosse teglie di rame immacolato. Un profumo soave, come se le cucine del paradiso aprissero contemporaneamente tutte le finestre,si spandeva nell'aria satura di mille aromi. Al banco, una signora che sembrava uscita da un film di Fellini, propagandava con accento emiliano verace, il suo prodotto.
Sarà stato il furgoncino tecnologico, o forse il fumo inebriante di legna di faggio o magari le procacità della padrona, col suo accento emiliano che scaturiva dalle labbra infiammate da un vermiglio rossetto, o forse, tutto questo ben di Dio così assortito che ha fatto breccia nella mia resistenza e mi ha fatto crollare da quella vecchia brutta esperienza.
Un sapore intenso, caldo, fatto di roba buona ha preso possesso di tutte le mie papille. Quasi un esperienza mistica, una riscoperta di un sapore autentico che assopito nella notte dei tempi faceva di nuovo capolino nella mia esistenza.
La morale? Diffidate delle pizzerie d'asporto che aprono solo durante la stagione balneare. Dovevo saperlo! Dalle mia parti si dice: -Ufelee fa ul to mestee- riferendosi agli improvvisatori che vogliono sostituirsi a chi veramente il suo mestiere lo sa fare. Poi di seguito... mai arrendesi al primo assaggio. Ma noi da queste parti lo sappiamo.
Dopo gli avvenimenti e le peripezie che ho cercato di descrivervi, la farinata è entrata nella mia cucina. Sono servite vari tentativi prima di arrivare ad ottenere un risultato che assomigliasse un pochino alla " farinata del camioncino" ma devo dire che ne sono soddisfatto. Ho scoperto che si accoppia perfettamente al sapore della salvia fresca. Il suo sapore dipende dalle materie prime, le quali devono essere di primissima qualità. La quantità di impasto deve accordarsi perfettamente con la misura della teglia che si usa. Il forno deve essere caldissimo. E non occorre aspettare tanto tempo dopo aver impastato il tutto, viene benissimo enche se fatta in modo express.
Vi lascio questo rimando per il procedimento, spero che il "gestore del Blog" ne sia felice.

10 gennaio 2011

L'Uomo della Luna


Oggi è tutto più facile, basta premere un pulsante, ed ecco che il mondo ci passa sotto i piedi.

-Tra duecento metri entrare nella rotonda…Poi prendere la seconda a destra-. La voce sintetica è diventata ormai un suono famigliare, una sorta di angelo custode che ci indica, con sicurezza, la strada da percorrere. In lontananza, adagiata pigramente sopra a un colle, pur velata da un leggero velo di foschia, si riesce a intravvedere la linea frastagliata che torri e palazzi disegnano in un cielo ancora invernale.

-Arrivo a destinazione-. Un colpo d’occhio alla bandierina a scacchi, giusto per la conferma… non si sa mai. Come me, altri viaggiatori mettono a riposo i loro moderni cavalli. Lo spazio assegnatoci ricorda un recinto. Forse, un tempo, proprio quì i palafrenieri liberavano dai finimenti i loro cavalli affinché potessero alla fine riposarsi, dopo il lungo percorso.

Ci si sente un poco fuori luogo, quando si arriva in un posto mai visto prima. Dobbiamo orientarci, comprendere la rosa dei venti, capire da quale parte sorge, e da quale parte tramonta il sole. Poi, una strada vale l’altra.

Le vecchie città, mi ricordano le piste di sabbia che si costruivano quando eravamo bimbi. Allora si usavano ancora le biglie fatte con la terracotta, più tardi sarebbero state sostituite da quelle di plastica con l’immagine dei corridori. I percorsi erano tortuosi, le salite impervie, sottopassaggi, slarghi e tranelli mettevano a prova la nostra abilità, ma dopo il primo giro, tutto diventava più semplice.

Il primo varco che affronto (come il primo colpo di biglia) mi apre lo sguardo su di una grande piazza. In mezzo alla piazza, assorto nei suoi pensieri, mi sta aspettando l’Uomo della Luna. Non sembra rimproverarmi, e anche se il tempo ha disegnato una lacrima sul suo volto, sembra felice di vedermi. La prima volta che ho sentito la sua voce, ero seduto su un banco di legno, allora portavo il grembiule nero e il colletto bianco con una sorta di fiocco azzurro, che perdeva la sua forma dopo i primi inevitabili battibecchi. Non credo che allora comprendessi il giusto significato delle parole che mi suggeriva, ma la sua musica sì. Quella musica rimaneva impressa nella memoria, e di tanto in tanto nel corso degli anni ritorna a tenermi compagnia.

Dolcemente, l’Uomo della Luna, mi accompagna per i luoghi che la fantasia aveva impresso nella mia mente, e finalmente capisco la “ beltà che splendeva negli occhi nostri ridenti e fuggitivi”.





Alla luna

O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l'anno, sovra questo colle
Io venia pien d'angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile,
0 mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l'etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l'affanno duri!