28 febbraio 2011

Bavarese

 

Bavarese

Mai più di uno in cucina, sempre che non si tratti di una cucina di un ristorante, questa è la regola da seguire se si vuole conservare una vita domestica serena. Dopo tanti anni di vita coniugale, devo dire che questa regola viene ancora diligentemente osservata, animali (cane & gatto) a parte; come pure è osservata la regola delle varie preparazioni al maschile, o al femminile. La divisione dei compiti non è stata pianificata a tavolino, si è costituita autonomamente in base alle preferenze e anche alle predisposizioni di entrambi (moglie e marito).

Volendo fare un’indagine demoscopica (?), si potrebbero già osservare alcune pratiche comuni: i primi piatti, in particolare, zuppe e minestre sono di competenza femminile, mentre i secondi, in particolar modo, carne e pesce, toccano di diritto al maschio della famiglia. Ora spiegarsi il perché sia così, è a mio avviso abbastanza semplice. I maschi, vegetariani a parte, non adorano le verdure poiché per la maggior parte di essi le buone regole dell’alimentazione sono cose che si possono tranquillamente trascurare, tanto la durata media della vita non sarà mai come quella delle donne (1° scusante di comodo).

Per quanto riguarda, sia la carne sia il pesce, scattano i meccanismi antropologici del maschio cacciatore, che, anche se i suoi terreni di caccia non sono più quelli selvaggi delle ere passate, ma supermercati con l’aria condizionata e musica di sottofondo, non riesce a fare a meno del suo ruolo storico. Eccolo allora maneggiare parti sanguinolente di pericolosi animali della giungla selvaggia come se fossero stati cacciati da lui stesso dopo estenuanti inseguimenti (2° scusante immaginaria).

I dolci. Che io sappia, li preparano sempre le signore, i maschi di solito si limitano a friggere le frittelle ( quando c’è il pericolo i duri scendono in campo). Per fare un buon dolce ci vuole sentimento e grazia, serve una manualità raffinata che di solito il maschio non ha. Poi… ai maschi non piacciono le cose dolci, salvo poi abbuffarsene in quantità ( 3° scusante bugiardosa).

Arrivo dunque al nocciolo della questione odierna: la nostra carissima amica per onorare la seconda lettera dell’alfabeto ci ha chiesto di preparare una bavarese, dunque un dolce. Quardacaso tra le regole famigliari, collaudate da anni di vita comune, la bavarese tra tutti i dolci è l’unico maschile, dunque tocca al sottoscritto mettersi al lavoro. Questa volta niente scuse di comodo.

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Bavarese al gusto di panettone e pere

   
Ingredienti Preparazione
   
1 Panettone avanzato
1 Pera grossa
2 Tuorli
200 cc di panna
250 g. di zucchero
1 Limone
250 cc. di latte
80 gr. di cioccolato
      fondente
30 gr. di burro
Yogurt di fragola

La prima cosa da fare, sarà di procurarsi uno stampo rotondo di 20 cm di diametro. Tagliare il fondo di un panettone avanzato, a misura dello stampo, e una manciata di altrettanti pezzi di panettone. Mettere in forno il disco di panettone ad asciugare per qualche minuto. Tostare il resto del panettone, per ottenere uno sfarinato avendo cura di togliere tutti i canditi e le uvette. In un pentolino cuocere la pera con dell’acqua zuccherata e il succo del limone. Montare i tuorli delle uova con lo zucchero finché siano bianchi e soffici. Portare a ebollizione il latte, aggiungete le uova e continuate finché arriverete ad una temperatura di 85 gradi, a questo punto aggiungete lo sfarinato di panettone che avrete sciolto  con la pera cotta, che avrete frullato, ed un poco del suo liquido di cottura. Al preparato, ancora caldo aggiungete cinque fogli di colla di pesce, dopo averli ammollati in acqua fredda.

Quando il preparato sarà raffreddato, aggiungete la panna che avrete montato in precedenza. Versate la crema nello stampo sopra la base di panettone livellare per bene e porre in frigorifero per dodici ore.

Preparare una glassa, facendo fondere, a bagnomaria il cioccolato con il burro, aggiungendo per ultimo mezzo vasetto di yogurt alla fragola.

Togliete il dolce dallo stampo con la massima attenzione e rivestirlo con la glassa tiepida. Rimettete il tutto in frigorifero per un paio d’ore prima di servire.

 

Ossevazioni di merito:

Con questa preparazione ridarete nobilità ai panettoni che dopo le feste natalizie ingombrano la dispensa. Un sistema di riciclo differenziato ottimo poiché il dolce che otterrete è proprio buono e decisamente originale. Chi ha la fortuna di abitare in campagna userà gli scarti di panettone per nutrire gli uccellini che si apprestano a fare i nidi, ve ne saranno grati, e vi ringrazieranno con i loro cinguettii.

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Bavarese1

 

fregio

21 febbraio 2011

Arrivi.

 

Fiori

 

Primavera vien danzando, vien danzando alla tua porta, Sai tu dirmi che ti porta?  ghirlandette di farfalle, campanelle di viluccchi quali azzurre, quali gialle, e poi rose, a fasci e mucchi.

Se fosse uno spettacolo teatrale, sarebbe una prova tecnica, anche se manca ancora molto tempo per la “prima”.  Primavera ha voluto annunciarsi, in un angolo riparato del giardino, con i suoi colori più belli. Il contrasto con la vegetazione sottostante, ancora bruciata dal freddo dell’inverno, è stridente: le primule si sono fatta strada tra le foglie cadute del acero. Lungo il sentiero, gli aghi dei pini hanno cucito da coperta alle viole che ora si stanno risvegliando. Un tappeto di fiorellini azzurri si sta allargando sul piano, mi sembrano una frotta di bambini che, dopo aver sentito la campanella dell’intervallo, escono da scuola, incuranti dell’aria ancora frizzante di questo febbraio che tra poco finirà.

L’immaginazione (questo è il bello) non si comanda…arriva! Questa volta sono gli Indiani, quelli d’America: calcolavano la loro età contando le primavere che avevano visto. I loro capi, che erano considerati saggi, di primavere ne avevano viste tante ed erano passati indenni a questo continuo rinnovarsi della vita cogliendone esperienza e saggezza. Qualcosa di simile avveniva anche alle nostre latitudini, quando la civiltà guardava ancora alla terra da coltivare e ai cicli lunari che governavano il lavoro nei campi. E limpidi come l’acqua dei torrenti di primavera mi scorrono nella mente le parole di Pietro, un vecchio contadino toscano:

“Di solito in febbraio il tempo si metteva a dolco, cioè diventava più mite, e le giornate erano comunque meno corte. In questo tempo si lavorava la terra con i bovi. La nostra terra era grossa e argillosa e se si lavorava quando faceva ancora inverno poi veniva qualche gelata e rompeva le zolle. Prima di lavorare la terra si spandeva il concio delle pecore e delle bestie. Poi c’era il liquame della stalla e anche del gabinetto dei cristiani che andava nel pozzo nero, lo si metteva dentro ad una botte e si portava nel campo anche quello. Intorno ai tronchi degli olivi si mettevano i “vermicelli”, delle striscioline di pelle che venivano dai cappellifici di Montevarchi. Queste fabbriche usavano pelli di coniglio per fare i cappelli di feltro e i vermicelli erano gli scarti di questa lavorazione. Fra il concio, il liquame e i vermicelli si doveva maneggiare tanta roba che puzzava forte e per qualche giorno si puzzava anche noi.” 

Arriva repentinamente quasi a voler interrompere questa catena di pensieri sconclusionati, il suono del citofono: “ Sono un corriere devo consegnare dei pacchi”. Che sia arrivato l’olio, proprio dalla Toscana? Lo spero proprio ormai sono agli sgoccioli. Sono tanti anni che uso quest’olio prodotto nell’entroterra grossetano. Olivi che confinano con  vigneti famosi e che da lontano vedono le cime dei cipressi di Bolgheri, ci donano questo nettare degli Dei.

olio-buono

Giusto in tempo per aggiungene un poco al mio pane artigianale, altrimenti che pane all’olio sarebbe?

Pane-all'olio

Buona settimana

 

 

14 febbraio 2011

Eccellenza.

 

Eccellenza

 

“Vostra eccellenza che mi sta in cagnesco Per que’ pochi scherzucci di dozzina ,e mi gabella per anti-tedesco perché metto le birbe alla berlina,”

Quale miglior titolo per un titolo? Scusate il gioco di parole, ma il titolo del post è “Eccellenza” che a sua volta è pure un “titolo” onorifico. Non ci capisco più nulla. Vuoi forse dirmi che il sostantivo “titolo” possa avere più significati? Ho capito! Ma faccio finta di non aver capito. A scuola facevo sempre a cazzotti con la madrelingua, ne porto ancora le ferite, le quali dopo tanti anni non riescono a chiudersi.

Torniamo al titolo. Ve la ricordate la poesia: Vostra eccellenza che mi sta in cagnesco… (?) Provate a ripeterla ad alta voce, e vi accorgerete che la parola “eccellenza” vi riempirà la bocca, per pronunciarla dovrete usare tutti i muscoli della faccia, pure gli occhi si spalancheranno  sull’ultima sillaba, e verrà quasi naturale un gesto di prostrazione. Come quello che fece, il mio accompagnatore quando fummo ricevuti dal prefetto della nostra città: “ scusi eccellenza illustrissima…”. Non bastava “eccellenza”, pure illustrissima e per accompagnamento un bell’inchino, mi sembrò di essere catapultato nel feudo di Donnafugata alla presenza del principe Tomasi di Lampedusa, anche l’odore delle poltrone di cuoio antico frammisto all’odore di libreria impolverata contribuivano a completare la scenografia fine ottocento.

Pensandoci bene ci rendiamo conto che il titolo in oggetto attualmente  risulta essere molto inflazionato, difatti oltre ai prefetti, viene attribuito ad una vasta schiera di categorie, che parte dai prelati per arrivare agli ambasciatori. Ma (…e mi vien da ridere) anche a formaggi, salumi, oli e chi più ne ha più ne metta. Povero prefetto…considerato alla pari di una fetta di puzzolente gorgonzola, oppure il rubizzo prelato paragonato alla mela della val di Non; per non parlare dell’ambasciatore messo alla pari di una pizza alla marinara rigorosamente cotta nel forno a legna.

Or dunque, l’idea di creare un simposio di eccelennze me l’ha fatta venire il mio amico Tommaso Farina (scopritore di talenti) che girovagando per la Brianza mi ha fatto conoscere questo tempio di prelibatezze: la macelleria di Gigi Viganò in quel di Verano Brianza. Basterebbe unicamente la simpatia del titolare per giustificarne la visita, ma una volta entrati non si vorebbe più uscirne poiché resterete ammaliati dalla professionalità, dalla cortesia e soprattutto dai continui assaggi generosamente elargiti con grande generosità. Regina incontrastata di questo tempio, a mio modesto avviso, è la  Luganega di Monza per descrivela userò le stesse parole di Tommaso:

Gigi Viganò

La luganega è nient’altro che la salsiccia tipica di Monza. Una salsiccia insaccata in un budello di calibro più grosso rispetto a quanto non sia consueto, e già questo è un elemento di distinzione. L’impasto che in questo budello finisce però, com’è facile indovinare, è il vero segreto: un impasto di carne di maiale e formaggio Parmigiano grattugiato. Un segreto formidabile. Questo “condimento” a base di formaggio tramuta una normale salsiccia in un vero capolavoro del gusto. Il sapore eccezionale ci consente di mangiarla perfino cruda, con moderazione e a patto che sia freschissima, che più fresca non si può: togliete il budello, e la spalmate su fettine di pane croccante, cospargendola poi di pepe secondo il gusto (un pepe che a Monza chiamavano “gioventù”: ossia, roba da palati giovani e gagliardi)”.

La luganega essendo assolutamente senza conservanti ha una breve vita, va consumata entro pochi giorni il gusto ne risentirebbe inevitabilmente pertanto la cucinerò immediatamente appena tornato. L’idea, per questa preparazione mi è venuta pensando proprio alle “eccellenze” (tranquilli…nessun prelato e tantomeno prefetto) del territorio: Le cipolle, quelle coltivate nella terra arida-argillosa delle piane tra Civiglio e Brunate, gli odori dei nostri orti: salvia e prezzemolo, il fegato del coniglio.

Fino a qualche decennio orsono, presso le famiglie brianzole, era consuetudine allevare conigli e galline; il primo serviva per mettere in tavola un piatto di carne a poco prezzo, dato che il suo allevamento era poco dispendioso. Ai tempi non si usavano mangimi che si dovevano per forza comperare, bastava qualche sfalcio d’erba, magari del pane secco avanzato o le foglie della robinia (pseudoacacia), così abbondanti nei nostri boschi. Si usava anche l’erica (ul bruuch), della quale i conigli ne erano particolarmente ghiotti,  che dava un sapore particolarmente prelibato alla loro carne. Il coniglio era il maiale dei poveri,  di esso non si buttava niente, si conservava anche la pelle che veniva ritirata dallo straccivendolo in cambio di una bottiglia di candeggina o di qualcosaltro che poteva servire in casa.

Il fegato del coniglio, assieme alle altre frattaglie era sempre cucinato assieme al resto della sua carne. Noi bambini (allora) facevamo a gara per mangiare i reni oppure il cuore quando si cucinava arrosto, ma se era in salmì le frattaglie venivano tritate assieme al sugo per dare consistenza alla salsa che doveva essere abbondante, per poter accompagnare una grossa fetta di polenta.


Fegato di coniglio alla moda Brianzola

Ingredienti Preparazione
   
Un fegato di coniglio
8 cipolline
6 fette di luganega
3 foglie di salvia
Prezzemolo q.b.
Burro q.b
Aceto balsamico q.b

Preparate un trito con qualche cipollina e fatelo brasare dolcemente con del burro facendo in modo che non prenda colore. Aggiungete le cipolline intere e continuate la cottura sempre dolcemente; quando le cipolline saranno morbide aggiungete la salvia, il fegato tagliato a listarelle e le fette di luganega tagliate di sbieco. Appena il fegato avrà preso colore abbassate ulteriormente la fiamma e continuate la cottura per una decina di minuti avendo l’accortezza di non far disperdere l’umidità che si crea. Sfumare con dell’aceto balsamico e aggiustare la sapidità. Finire con una spolverata di prezzemolo.

La dose, come avete capito, accontenterà solo una persona. Se siete in tanti regolatevi di conseguenza. Buon appetito!

10 febbraio 2011

Teatro di S. Teodoro


Chiesa
L’immagine di S. Teodoro posta sul portale principale dell’omonima chiesa, guarda penseriosa verso l’alto. Supponiamo che egli stia intercedendo il buon Dio perchè possa infondere la ragionevolezza nelle menti dei suoi concittadini.
Supponiamo che dopo tanti anni di abbandono, con notevoli sforzi, si sia riuscito a far tornare  a nuova vita un vecchio teatro abbandonato al degrado del tempo.
Supponiamo che una delle ultime compagnie teatrali che hanno calcato quel palco sia ancora in attività, e che il regista di quella compagnia sia anche un cittadino di quella stessa città.
Supponiamo che quella compagnia teatrale, abbia un seguito di spettatori fedeli e che ad ogni nuova proposta, anche se fatta in luoghi improponibili, il suo pubblico non faccia mai mancare il proprio appoggio entusiasta.

Quadro1 Quadro2
Quadro3 Quadro4
Quadro5 Quadro6
Supponiamo che si debba inaugurare il nuovo teatro e che questa giornata debba essere proprio un giorno dedicato alla memoria. Memoria che stava per essere cancellata per sempre dall’abbandono e dal degrado…
Teatro
A quale compagnia teatrale avreste fatto inaugurare il teatro? Forse è proprio quello che stà pensando il S.Teodoro.





09 febbraio 2011

Aspic?

Il-re-dei-cuochi

Quando si debba provvedere ad un grande servizio occorrerà provvedere due sorta di gelatine: l’una bianca, l’altra dorata. Per apparecchiare quest’ultima, coprire il fondo d’una casseruola con giambone, lardo, cipolle, carote, sedano, il tutto tagliuzzato, una foglia di lauro, due chilogrammi di manzo magro a fette, eugual quantità di coscia di vitello, una gallina vecchia, una pernice, e tre piedi di vitello puliti, imbianchiti e tagliati a pezzetti; versatevi sopra una tazza di brodo, coprite la casseruola e fate rosolare affinchè abbia preso un legger colore dorato; bagnate con quattro litri d’acqua o brodo bianco; sorvegliate la schiumatura, indi lasciate sobbollire lentamente; levate il vitello e la gallina quando è cotta, e se avete dei carcami si selvaggina o della minutaglia di pollame, gettateli nella casseruola, salate a dovere e dopo cinque ore d’ebbollizione digrassate e passate la cottura alla tovaglia.

Lasciate intiepidire, ed allora gettate due uova intere in un altra casseruola; sbattetele bene e unirvi la gelatina, un bicchiere di Madera, il sugo di mezzo limone e due cucchiai d’aceto fino; lavorate sul fuoco fino all’ebbolizione, ritirate sull’angolo del fornello, aggiungetevi un ramicello di serpentaria; turate col coperchio, su cui porrete della bragia, e dopo venti minuti di leggier bollitura passatela alla salvietta doppia inzzuppata d’acqua fresca e poi spremuta.

Invece dei piedi di vitello si potranno impiegare dei piedi di maiale

290. Aspic – Gelatina dorata per decorazioni.


Mamma mia! Mi vien da dire, anche se la ricetta è molto chiara, ma poi quanto mi costerà questa preparazione? Giambone, lardo, cipolle, carote, sedano; e poi due chilogrammi di manzo magro, altrettanti di coscia di vitello, la gallina (mi raccomando: deve essere vecchia), la pernice (ma dove la trovo?) , i tre piedi di vitello (chi coprerà il quarto piede?), carcami di sevaggina? Minutaglie di pollame.

Per quanto riguarda la prosecuzione, direi che andiamo in discesa, manca solo il bicchiere di Madera e il ramicello di serpentaria, ammesso che sappia cosa sia. Per fortuna che non lavoro, altrimenti avrei dovuto chiedere due giorni di permesso, oltre dover acquistare una pentola adatta a contenere tutto questo ben di Dio.

Carissima amica: questa tua lodevole iniziativa mi ha messo in estrema difficoltà. Una ricetta per ogni lettera dell’alfabeto. Per onorarne la prima vocale avrei preferito ” Arborelle in carpione” il post era già pronto da tempo, bastava qualche piccola correzione per adeguarlo al contesto e la cosa era belle fatta.

Comunque, poiché ogni promessa è debito, mi metto subito al lavoro. Permettimi qualche considerazione riguardo la ricetta storica. Il testo parla chiaro: Aspic è considerata la gelatina per decorazioni, poi il cosa dover decorare dovrebbe essere secondario, anche se la consuetudine ci suggerisce di usare verdure varie e carne di pollo.

Vorrei trasgredire la consuetudine ed usare qualcosa di diverso. L’idea mi è venuta scartabellando vecchi scatti fotografici che erano finiti in una sotto-sotto cartella del mio computer (dovrò decidermi, prima o poi a mettere un po’ d’ordine), è stato come accendere una lampadina in una stanza buia, la luce all’improvviso!

Aspic di peproni grigliati con gamberi

Aspic

Preparazione ed ingredienti

Per prima cosa preparate la gelatina esattamente come riportato dalla ricetta storica, anche se io ho usato un piccolo trucco che non rileverò, anche se posto sotto tortura, lasciatela raffreddare, ci vorrà un po’ di tempo. Grigliate dei bei peperoni carnosi, io ho usato solamente quelli rossi, ma se dovessi rifarla userei anche quelli gialli, giusto per avere un risultato finale più piacevole; quando sarà il momento, spellateli accuratamente e lasciateli raffreddare. Mettete, in un pentolino due filetti d’acciuga ben dissalati e  qualche spicchio d’aglio tritatissimo; a fuoco lento ottenete una salsina tipo bagna cauda, naturalmente servirà anche dell’olio buono. Aggiungete i gamberi sgusciati e lasciar cuocere per due minuti, avendo cura di rigirarli una volta. Lasciate raffreddare il tutto. Componete negli stampi (io ho usato degli stampi monodose) la vostra preparazione e mettete nel frigorifero affinché la gelatina faccia il proprio dovere.

Ho servito l’aspic con del riso basmati e dei filetti di dentice con pastella croccante. Chiedo scusa per la fotografia, ma l’aspic è una bestia dura, non si mette in posa come dovrebbe.


Questa ricetta contribuisce al lavoro immane che la mia carissima amica Aiuolik ha messo in cantiere. Spero che in molti possano contribuire per riuscita di questa maratona culinaria.

04 febbraio 2011

Tentazioni serali.

 

Cantucci

Non dovevo mettere la foto in primo piano dopo un titolo così ambiguo. Avrei lasciato più libera  l’immaginazione del lettore; ma oramai la frittata è fatta e questa mia debolezza è venuta a galla. Questo tipo di debolezza, suppongo che lo condivida con parecchie persone, ma penso che si possa considerare un peccato veniale, insomma uno di quei peccati che si dovrebbero perdonare, senza doverne infliggere una penitenza troppo pesante. Le attenuanti generiche ci sono tutte. Qualsiasi pubblico ministero ne terrebbe conto, toga rossa o nera che sia.

La prima attenuante è il televisore, posto proprio sopra la biscottiera, a volte trasmette dei programmi così tristi e noiosi, che per forza di cose si deve compensare con qualcosa di buono; non parliamo poi di tutti quei programmi che trattano la cucina nei più svariati modi: vedendoli, salgono in gola certi languorini, che se non sono immediatamente mitigati da un piccolissimo boccone, ne va della nostra salute psico-mentale.

Un seconda, ma non meno importante, attenuante è: che il doversi alzare dal divano tutte le volte per  prendere il biscotto, produce una intensa attività fisica. Calcoliamo che le prede distano da noi circa tre metri e mezzo , e che in una serata ne sono catturate una notevole quantità, possiamo facilmente calcolare la quantità di calorie smaltite durante il primo programma. Se poi, in seconda serata, danno quel film bellissimo che da tanto tempo desideriamo rivedere… vorrà dire che a “malincuore” dovremo anche continuare con la nostra attività fisica.

Terza, ma non ultima attenuante: i cantucci (in questo caso) sono fatti in casa. Laura non vuole che si comprino biscotti industriali fatti con ingredienti che sono più degni di un laboratorio di chimica applicata che non di una semplice cucina famigliare. Pertanto ne sforna in continuazione. Sappiamo benissimo, e lo propagandiamo con i nostri blog, che ingredienti genuini e controllati danno per risultato un prodotto sano… pertanto se possono mangiare in quantità, senza nessun pericolo.

data

L’ultima attenuante è il contenitore, che a mio parere valorizza il suo contenuto. Fa parte di quegli oggetti che teniamo in casa da sempre, che siamo abituati a vedere, a volte sopra ad un mobile e che se non ci fossero ne sentiremmo la loro mancanza.

Dalla data dipinta a mano sul fondo, se ne deduce la sua età, circa duecento anni. Soppravissuto a guerre, cataclismi ed eventi di tutte le qualità immaginabili.

Come possiamo resistere alle sue tentazioni?


I Cantucci di Laura

Ingredienti

Procedimento

   
  • 400 g di farina
    250 g di zucchero
    1⁄2 cucchiaino di bicarbonato di sodio (3 g)
    200 g di mandorle con la buccia
    50 g di pinoli
    1 cucchiaio di semi di  anice
    1/2 bustina di vanillina
    2 uova intere
    2 tuorli
    1 cucchiaio di  miele
    un pizzico di sale

Setacciate la farina con la vanillina, il bicarbonato, il sale. Rompete le uova intere in una ciotola, aggiungete i tuorli e sbattete per qualche secondo, solo il tempo per amalgamare grossolanamente tuorli e chiare.

Fate la fontana con la farina. Versate nel cratere le uova, lo zucchero il miele, le mandorle, i pinoli e i semi di anice. Impastate fino a ottenere un composto omogeneo e piuttosto sodo. Se occorre, aggiungete un po' di farina. Se invece fosse troppo duro, ammorbidirlo con uno o due cucchiai di latte.

Spolverizzate di farina il piano di lavoro, poi con l’impasto formate dei rotoli di circa 3 centimetri di diametro.

Foderate la placca del forno con carta da forno e adagiatevi i rotoli, facendo attenzione a non metterli troppo vicini tra loro perché cuocendo, tendono a gonfiarsi e quindi a unirsi. Infornate a forno preriscaldato a 180 gradi e cuocete per dieci minuti.

Togliete la placca dal forno e sollevate i rotoli uno per volta con una spatola. Adagiateli sul piano di lavoro e riduceteli a pezzetti di circa 2 cm di spessore, badando di eseguire questa operazione velocemente perché se l'impasto si raffredda non riuscirete più a tagliarlo.

Rimettete i biscotti sulla placca e infornate altri cinque minuti, fino a quando saranno ben secchi. Levateli dal forno e lasciateli raffreddare completamente prima di servirli.


02 febbraio 2011

Poldo e il potere.

 

Carne-marinata

Sono più di tre anni che mia madre è ricoverata presso un istituto per anziani, non autosufficienti. Le prime visite erano sempre dolorose: la tristezza che mi assaliva, s’impadroniva dei miei pensieri ed era difficile scacciarla dal cuore. Poi, col passare del tempo, ho imparato a vedere ciò che di positivo c’è in quell’ambiente, a prima vista così triste.

Oramai sono conosciuto da tutti gli ospiti, e non manco mai di scambiare qualche parola con loro; certamente ho dovuto impararne il loro linguaggio “deformato” dalla malattia che il tempo incide nella loro mente, come uno scalpello sulla pietra. Bisogna saper entrare nel loro mondo, che non sempre coincide con il nostro, in particolar modo nel senso temporale: come un orologio con le lancette che procedono nel senso inverso.

La malattia, a queste persone, tende a far riemergere i ricordi che per noi sono relegati in un passato remoto, ma è facile adeguarsi, ed essere complici del loro modo di pensare. Alcune volte, invece, ti sorprendono e ti scoraggiano con la loro lucidità originale.

Poldo, (Leopoldo. M.) incomincia tutti i suoi discorsi con un bell’ “ Per esempi ” (per esempio), per poi continuare con la storia di quando venne a trovarlo, nel suo paese di origine, che si specchia sulla sponda destra del Lago, quella ragazza bellissima che voleva sposarlo. Ma lui, capita l’antifona (era venuta con la mamma), andò a nascondesi nella stalla, e senza fiatare aspettò che il pericolo si dileguasse. Uscì dal suo nascondiglio, solo dopo che de due donne se ne erano andate. “ Quela volta ou couruu un bel pericul ”. (quella volta o corso proprio un bel pericolo) mi dice concludendo il suo racconto. E purtroppo non mi è dato sapere che fine ha fatto quella ragazza innamorata. Ma, forse un’altra volta me lo racconterà.

Oggi, Poldo è silenzioso, ma capisco dai suoi occhi che qualcosa sta rimuginando: “ Come la va Poldo ” (inizio sempre così il mio approccio) “Ben incoeu la va propri ben” (bene oggi va proprio bene) mi risponde. Si alza, si avvicina e quasi sussurrando mi dice: “per esempi… l’e poeu riusii a ciapa ul potere” ( per esempio.. e poi riuscito a prendere il potere). “ chi?” domando io: “ Quel là ul Berlusconi”. Con tutta probabilità, Poldo ha un dissesto fisico-temporale, confonde Berlusconi con qualche altro uomo di potere che viveva alcuni decenni orsono.

Sì, Poldo, l’e riusii” ( si, Poldo, è riuscito). Gli rispondo pensando di rassicurarlo. Mi guarda pensieroso, le parole non gli vengono subito ma poi con un certo sforzo, sbotta ad alta voce: “ Quel là l’e un purcell, bisugnaria catall e tridall cumè quant se fa ul salamm) (Quello la è un maiale, bisognerebbe prenderlo e tritarlo come quando si fanno i salami).

Suor Ceciglia, si volta di scatto, la signora Adele ride a squarciagola, qualcun alto impreca. Un subbuglio totale insomma. Ma poi torna la quiete, poiché le parole di questi nostri vecchi sono innocenti come quelle dei bambini, anche se spesso nascondono delle verità.

 

Liberiamoci  dal maiale

Approfitto del gentilissimo invito che mi è stato rivolto e partecipo volentieri a questa lodevole iniziativa. In un primo momento pensavo di introdurre una ricetta a tema per l’occasione, poi la trovata, originale, del sig. Poldo mi ha dato lo spunto per questo racconto che, spero, vi sia gradito. Non manca comunque una foto con il triturato di carne marinata, ma presumo che sia di carne di manzo. Per questa volta facciamo finta che sia di qualcosaltro, tanto data l’età e le mie frequentazioni posso pure sbagliare.