26 aprile 2011

Dopo Pasqua

 

Nel-bosco

Il tempo la fa sempre da padrone! Conduce il suo carro a una velocità impressionante, non si cura di evitare gli ostacoli che improvvisamente s’in frappongono alla sua corsa. Anzi…sprona i suoi destrieri facendo schioccare la sua lunga frusta nera uncinata. Noi passeggeri (in) consapevoli aggrappati alle deboli sponde del carro, cerchiamo di non precipitare nel vuoto assoluto. A volte un uncino ci lacera la carne provocandoci un dolore immenso, che poi diventa piaga e dopo ancora, una cicatrice indelebile.

Le cicatrici sono la firma del tempo: ancor’oggi certe popolazioni africane, infieriscono sulle loro carni con profonde ferite. Le cicatrici che orgogliosamente porteranno saranno il segno che qualcosa è passato. L’adolescenza, la nostra spensierata stagione cede il passo alla maturità, ecco inferti i primi segni, come fossero dei ricami che non potranno mai scomparire. Poi ne verranno degli altri a completare la trama, e ognuno di essi ci ricorderà che qualcosa è finito.

Pasqua è passata, anche il lunedì di Pasqua è trascorso, nei prati ci sono ancora i segni. Stamane gli operatori ecologici incominciano a ripianare queste ferite inferte alla natura dalla gente troppo distratta. Qualcuno ha abbandonato un grill ancora nuovo, forse non gli sarà piaciuto, oppure avrà pensato che fosse usa-getta, come i piatti e le stoviglie di plastica che riempiono le numerose buste, anch’esse di plastica doc, accatastate con cura accanto a cassonetti troppo pieni per poter digerire completamente il consumismo pasquale.

La passeggiata di ieri, forse troppo impegnativa, per le mie gambe ancora intorpidite dall’ozio invernale, ha lasciato il suo segno. I polpacci sono diventati due ciocchi di legno, deambulo come certi personaggi che si vedono nei cartoni animati, e questa mia invalidità temporanea mi rende di buon umore. Ne valeva la pena. Il mio vicino ha con due cani color oro, al più grande piace essere accarezzato mentre il suo cucciolo vuole solo giocare. Un'altra coppia ha con sé due cani neri come la pece, con una macchia bianca che fa risaltare il grosso muso. Uno dei cani zoppica da un posteriore. Chissà qual è stata la sua ferita? Partono per la passeggiata, sono felici…scodinzolano!

Oggi, per quanto riguarda il sostentamento quotidiano, decidiamo di dividerci i compiti. Metto in azione il mio favoloso grill da viaggio. Ghisa purissima, direttamente dagli altiforni delle acciaierie Krup, garantita contro tutti i cataclismi esistenti, terremoti e tsunami compreso. Laura, ha acquistato una confezione di savoiardi, quelli di Massimo Brusa, e ha deciso che farà la zuppa inglese, in sostituzione del primo. Che coraggio! Laura non si smentisce mai, le basta un ago e un filo e ti cuce un mantello per il re… Immaginiamoci cosa può fare con un semplice fornello da campeggio e una bottiglia di Ratafià di Andorno.

Grill_1

Zuppa-ingles


24 aprile 2011

Pasqua

 

Bosco-faggi

Niente di meglio che una lunga passeggiata nel bosco, per riequilibrare i mecanismi interni arruginiti dagli anni e da una certa trascuratezza. Nel bosco, in questo periodo e a queste latitudini, prevale nettamente il verde  in tutte le sue svariate tonalità. Il contrasto con il bruno delle foglie secche, vivifica ancor più il colore  delle piantine di mirtillo e delle giovani piante di faggio che sono sopravvissute al gelo dell’inverno.

Genzianella

Di tanto in tanto, un lampo di colore acceso colpisce lo squardo. Tra l’erba secca spuntano, vanitose, le genzianelle. Il loro colore intenso riflette il colore del cielo velato soltanto da qualche nuvola candida. Più in alto c’è ancora la neve. Scende, sciolta in mille rivoli che gorgheggiano. Si può bere, quest’acqua incontaminata, ha ancora il sapore dell’inverno e della neve.

La passeggiata, mette sempre appetito. L’appettito ha una voce tonante, riesce anche a sovrastare il suono delle campane che annunciano la Messa di Pasqua. Sul prato, qualcuno ha già aperto il tavolino con le sedie e la tovaglia a quadretti. Nuvole di fumo acre portati dalla brezza che scende dalla valle, sono presagio di grasse grigliate. Lontano si sente un “ plop”,  una bottiglia appena stappata. Un ultima comitiva formata da almeno cinque generazioni, scarica dall’auto una quantità impressionante di vettovaglie: aspettano certi parenti americani, che sono sempre affamati… Specialmente il giorno di Pasqua!

Insalata

Laura, non ha rinunciato a portare con se, due ciuffi di insalata del suo orto. Nessuna verdura è più buona di quella che si coltiva in proprio. Pertanto, proprio per rispettare la tradizione, un ciuffo di insalatina novella non deve mancare. Il menù di Pasqua è stato deciso assieme, però il cuoco che lo cucinerà sarà lei. Laura non mi permette di cucinare sul camper. Dice che faccio troppo trambusto e sporco dapertutto, devo dire che in parte (ma solo in parte) è vero,  pertanto mi adeguo alla sua perentoria decisione.

Tralasciamo l’antipasto e incominciamo con il primo. Spazzole (spatzle) di ortica con crema di maccagno. E’ facile, basta un uovo, un pochino di farina, delle ortiche appena raccolte. Il tutto impastato a dovere, poi messo su un tagliere, con un coltello si spazzolano dei branbelli direttamente nell acqua bollente salata. Si condiranno, infine, con del burro e il formaggio maccagno. Una vera delizia.

Spatzlle

Scusate il piatto di plastica, ma in questo caso è di rigore. I fiorellini: croco, ranuncolo, fragola selvatica sono freschissimi appena raccolti.

Il secondo piatto, invece era stato in parte preparato, prima di incamminarci per la passeggiata. Nulla di particolare, un arrosto di tacchino ripieno di salsiccia ed avvolto in fette di speck originale. Per contorno delle erbe passate in padella, esattamente delle cime di luppolo e clematide. Purtroppo la cucina del camper è molto essenziale e non permette acrobazie da circo equestre, pertanto semplificare è d’obbligo.

Tacchino-arrosto

Il pane è stato comperato nel piccolo negozio del posto, anche la birra è locale e particolarmente deliziosa. La migliore in assoluto prodotta il Italia. Senza ombra di dubbio.

E il dessert? Naturalmente non avevo dubbi sulle capacità della mia amata consorte: Crespella con confettura di fragole fatta al momento. Un ciuffetto di panna montata, tanto per trasgredire ed i giochi sono fatti.. rien ne va plus (spero si scriva così).  

Crespella

Buona Pasqua

14 aprile 2011

Erbazzone.

 

Erbazzone1

La cosa si fa sempre più divertente, e se le parole hanno un senso anche questa lo deve avere. Ho quasi finito di falciare il prato, ma da dove ho incominciato l’erba è già moderatamente alta. Le erbe non crescono tutte all’unisono, qualcuna è più procace delle altre ed ha un fusto coriaceo che toglie il filo della falce… che sia un’erbazzone?

L’altro giorno ho incontrato un giovane conoscente, ci siamo attardati a discutere del più e del meno, parlando soprattutto di un intervento che aveva da poco affrontato, ed ora era in convalescenza post-trauma; niente cibi grassi, niente stress, e sopratutto niente sigarette. Il fisico può essere forte, ma la volontà, spesso, è debole pertanto qualche sigaretta, non proprio di tabacco, se la fuma ugualmente. Che sia, anche lui, un erbazzone?

Vicino a Como, dove risiedo, c’è una ridente cittadina (Erba): ci passo di frequente e mi piacciono di essa certi angoli che sono rimasti uguali a quelli che vedevo nella mia infanzia. Mi sono sempre chiesto come si chiamassero i suoi abitanti. Che siano tutti Erbazzoni?

G.Bagoli, mi dicono, definisce l'erbazzone come una torta ricca, dei padroni,  e dei borghesi della campagna, della gente di città che stava bene, le quali si potevano permettere di fare una pasta, per incassare le erbe (biete o spinaci), variamente aromatizzate, utilizzando la farina, che invece era preziosissima per chi era nella povertà e la poteva solo usare per fare il pane. Ecco che allora la prosopopea tipica della borghesia dell’epoca definisce questa preparazione con un sostantivo altisonante.

Riguardo ai primi tre paragrafi, il sostantivo calza a pennello, ma se ci penso bene… parlando della torta ricca, la vedo diversamente. Accosto il termine (erbazzone) ad un altro sostantivo che mi frulla nel cervello: Zibaldone, e mi immagino un coacervo di elementi messi insieme a casaccio. Con questo spirito, mi accingo a preparare il mio personalissimo erbazzone.  


Cosa ci ho messo: Come l’ho preparato:
  • La mia pasta per il pane
  • Spinaci avanzati
  • Carotine novelle
  • Mezzo finocchio avanzato
  • Un mazzetto di bietoline
  • Ceci (quelli del cous cous)
  • Ricotta di capra
  • Toma con le erbe (senza muffa)
  • Parmigiano grattuggiato.
  • Semi di cipolla nera
  • Dell’alrto che non ricordo
  • Un uovo
  • Sale, pepe, noce moscata

Ho preparato la pasta per il pane ne modo usuale. In una tortiera debitamente foderata ho steso due terzi della pasta. In una ciotola ho mischiato tutti gli ingredienti, della farcia, che poi ho steso sopra la pasta del pane. Con il rimanente (della pasta) ho fatto il coperchio che ho sigillato per bene con il resto dell’uovo sbattuto che Laura aveva usato per fare i cantucci. Sopra ho sparso una certa quantità di semini di cipolla nera e ho lasciato lievitare il tutto per un certo tempo. Dopo che Laura aveva finito di ripassare i suoi cantucci, ho alzato il forno a duecentoventi gradi ed ho infornato. Sono stati sufficienti venticinque minuti.

L’erbazzone è servito per la cena serale, accompagnato da qualche fetta di salame, e naturalmente una bottiglia di lambrusco.

 

Naturalmente con questo post contribuisco a completare L’ abbecedario Culinario.

12 aprile 2011

Petto d’anatra

 

Petto-d'anatra

 

«Rosa fresca aulentis[s]ima ch’apari inver’ la state,
le donne ti disiano, pulzell’ e maritate:
tràgemi d’este focora, se t’este a bolontate;
  per te non ajo abento notte e dia,  penzando pur di voi, madonna mia».

 

Quest’oggi, mi rimbombano nella mente questi versi. Non c’e modo di scacciarli. Che sia questa primavera in anticipo che mette in subbuglio il cervello? Oppure, sono semplicemente ricordi, che lottano tra loro in un cervello oramai troppo affollato e cercano di riemergere per farsi notare di nuovo.

Questa poesia non è una di quelle che s’imparano a memoria nei primi anni della scuola pubblica, e nemmeno una delle solite che tutti sanno a memoria. A dire il vero, il suo autore (Cielo d’Alcamo) non è molto famoso e nelle scuole sicuramente non si insegna. Forse nei licei classici o in qualche facoltà di lettere, ma nelle scuole che ho frequentato io la Poesia non era tra le materie di punta.

Rimane il fatto che questa poesia, perlomeno nei suoi primi versi, mi è familiare. Sarebbe bello poter interrogare google, oppure wikipedia per farmi dire dove ho dimenticato le chiavi dell’automobile, oppure dove si è andato a cacciare quel libro che sto cercando da mesi, ma la tecnologia non è ancora arrivata a questi livelli. Speriamo in un futuro prossimo, forse inventeranno qualche diavoleria che, impiantata nel cervello possa essere d’ausilio alla mia memoria ballerina.

 


Roselline di petto d’anatra marinate

Acquistate un petto d’anatra, fate delle profonde incisioni dalla parte della pelle e cuocetelo sui carboni ardenti per pochi minuti, prima dalla parte della pelle e poi dall’altra. Avvolgetelo nella carta argentata, dopo averlo salato con sale aromatico e dimenticatelo in frigorifero fino al giorno seguente.

Preparare una marinata, con olio buono, sale e succo di limone di Sorrento. Grattugiate anche un pochino di buccia di limone a vostro gusto, e del pepe nero tritato dal mulinello.

Tagliate di traverso delle fettine di petto d’anatra e metterle a marinare per un giorno intero, sempre in frigorifero.

Servire con parte della marinata ed aggiungete qualche granello di pepe rosa.

 

rosa 


08 aprile 2011

Galassia food blog

 

Grafico

La passione per la cucina l’ho ereditata dai miei genitori, che pur in condizione economica  precaria, sapevano sempre preparare pasti deliziosi. Niente di elaborato, ricette semplici con pochi ingredienti, ma non mancava mai l’ingrediente principale: la passione! Quando decisi di aprire il mio BLOG, volevo farlo soprattutto per cercare di perpetuare la cucina di tutti i giorni, quella della tradizione e della semplicità. Credo che questa motivazione sia comune nei food blogger (mi piace questo termine) italiani.

Alcuni anni orsono, quando ho iniziato con il BLOG, non eravamo molti. Era come essere in un paese di provincia, dopo poche settimane si riusciva ad avere una visuale abbastanza corretta della composizione della sua popolazione. Se avete la pazienza di andare a rileggervi il post “Finestre” potete avere un’idea di quello che sto’ cercando di esprimervi.

Il piccolo paese è diventato una città, poi una nazione ed infine una galassia. Tante cose, naturalmente, sono cambiate. Moltissime finestre si sono aperte e tante (purtroppo) si sono chiuse. Le case, una vota semplici, stanno diventando sempre più belle ed appariscenti. La pubblicità incomincia a entrare prepotentemente nelle nostre stanze, speriamo che non diventi la nostra padrona.

Il paragone con certe grandi città, con milioni di abitanti, non mi sembra fuori luogo. Viviamo in una di esse e non la conosciamo. Magari conosciamo perfettamente il nostro quartiere, ma fuori da esso è come se fossimo nel deserto.

Per questi motivi ho iniziato il mio personalissimo censimento. Devo dire che il dover bussare a centinaia di BLOG  la mi sta piacendo moltissimo, e mi fa scoprire cose che non avrei mai immaginato. Pian piano i contorni della galassia si fanno più nitidi ma anche nuovi interrogativi sorgono, inevitabilmente.

A metà (spero) di questa “fatica” voglio ringraziare  tutti quelli che hanno risposto ai miei appelli, e anche coloro che non hanno avuto il tempo di farlo. I dati che ricaverò sono a disposizione di tutti quelli che vorranno utilizzarli.

 

Galassia_Foo_01442

04 aprile 2011

Capsela bursa pastoris

 

Capsela-bursa-pastoris

Ahimè, ahimè povero me”: Se ben ricordo, era l’esclamazione di una parte del corpo (meglio non dire quale), che compativa il suo essere tale. In ottima compagnia con altri suoi simili, anche loro colpiti da vari acciacchi, recitavano il loro stato di forma che in quel momento non era certamente in condizione perfetta.

La stessa esclamazione, me la ripeto esattamente dopo la prima ora trascorsa nel taglio del prato: Ahimè, ahimè povero me! Poi penso agli anni (i miei), che non sono pochissimi, e in un certo senso, mi creo delle attenuanti che però non riescono a consolare la mia fatica.

Con l’allenamento vedrai che poi andrà sempre meglio” mi ripeto, cercando la consolazione alla fatica che incombe, ma intanto è la fatica che la fa da padrona. Per mia fortuna non fa ancora caldo, e la cosa mi consola poiché: caldo e taglio del prato messi insieme sono una tortura raffinata per chi non è del mestiere.

Non immaginate un prato all’inglese, con un’erbetta morbida come il velluto. Nel mio prato si sono date appuntamento tutte le erbe più strane che possano esistere sui trattati di botanica: potremmo proprio definirlo un prato selvatico, a balze scoscese dove è difficile anche mantenere la posizione eretta, un luogo dove si rischia, ogni momento, di finire a gambe all’aria e precipitare rovinosamente a valle. Un luogo più adatto alle capre che agli esseri umani ma proprio questo è il suo bello.

Per oggi, due ore di lavoro, bastano e avanzano, approfitto del taglio del prato per raccogliere qualche erba selvatica (come me). Mi serviranno in cucina!

 

Borsa di pastore

Si raccoglie praticamente tutto l’anno, preferibilmente prima della fioritura, poichè i semi di questa pianta nascono appena cadono nel terreno e si hanno quindi parecchie generazioni nell’arco dei dodici mesi. Si sradica la pianta dal terreno, si recide la radice che non interessa, si pulisce dalla terra e si tolgono le eventuali foglie secche.

 

Strudel salato con Borsa del pastore.

Bursa pastoris

Si può preparare con ogni tipo di pasta. Ideale a mio avviso la pasta del pane con poco lievito. Dato il sapore particolare della “borsa del pastore”, sarà meglio mischiarla con altre erbe più doci, l’ortica è una di esse. Quindi, sbollentare pari quantità di ortica e borsa del pastore in acqua salata, strizzare molto bene e preparare gli involtini con la pasta del pane e le erbe, qualche pezzettino di formaggio non troppo salato, pepe abbondante e naturalmente poco sale. Regolare la temperatura del forno secondo la quantità della nostra preparazione.